Hai mai avvertito quel nodo di paura nello stomaco, quando qualcuno ti osserva troppo da vicino o un rumore improvviso ti fa sentire insicura? La maggior parte delle donne conosce quella sensazione: il bisogno di camminare più veloce, di stringere le chiavi tra le dita, di restare sempre all’erta. Ora immagina di vivere con quella paura ogni giorno, in un luogo dove cadono bombe, le case vengono distrutte e la legge non esiste più. Per milioni di donne intrappolate nella guerra, la paura non è un momento passeggero: è una condizione costante.
La violenza contro le donne è una delle violazioni dei diritti umani più diffuse al mondo. Le Nazioni Unite la definiscono come qualsiasi atto di violenza di genere che provochi, o possa provocare, danni fisici, sessuali o psicologici. Secondo UN Women, quasi una donna su tre nel mondo ha subito violenza fisica o sessuale nella propria vita, nella maggior parte dei casi da persone che conosce.
E questi numeri raccontano solo una parte della realtà: molti episodi non vengono denunciati per paura, vergogna o per mancanza di protezione. Quando la violenza si intreccia con il conflitto, questa crisi nascosta diventa ancora più grave. Donne e ragazze non solo sono direttamente prese di mira, ma subiscono anche il crollo dei servizi essenziali: sanità, rifugi, giustizia. Per chi è costretto a fuggire, ogni passo della fuga comporta nuovi rischi di tratta, sfruttamento e abusi.
La violenza di genere nei conflitti
Il conflitto amplifica le disuguaglianze già esistenti, trasformando i corpi delle donne in bersagli. La guerra e l’instabilità aumentano il rischio di omicidi, torture, aggressioni sessuali e matrimoni forzati, spesso usati deliberatamente per intimidire, umiliare e controllare intere comunità.
Le Nazioni Unite riconoscono il problema da tempo. La Risoluzione 1325 del 2000 chiedeva di dare voce alle donne nella costruzione della pace e di integrare la prospettiva di genere in tutti gli interventi di sicurezza. Risoluzioni successive, come la 1820 (2008) e la 2467 (2019), hanno evidenziato la violenza sessuale come tattica di guerra e hanno promosso approcci centrati sulle sopravvissute per la prevenzione, la giustizia e il recupero.
Nonostante questi sforzi, la realtà resta drammatica. Ovunque scoppia un conflitto, segue la violenza sessuale. Le Nazioni Unite stimano che per ogni caso di stupro legato al conflitto denunciato, 10-20 restano non registrati. Le sopravvissute spesso tacciono per paura, vergogna o per mancanza di accesso alla giustizia. La violenza assume molte forme: stupro, schiavitù sessuale, matrimoni forzati, sterilizzazioni, traffico di persone; e lascia cicatrici profonde su donne, famiglie e comunità.
Anche la violenza domestica aumenta durante la guerra. Lo sfollamento forzato, i traumi e le difficoltà economiche amplificano gli abusi già presenti, mentre la povertà, la disabilità o l’appartenenza etnica accrescono la vulnerabilità. La violenza di genere in contesti di conflitto non è solo una violazione dei diritti umani: ostacola la ripresa e la pace, intrappolando le comunità in cicli di paura e di trauma.
Nonostante una crescente consapevolezza, il sostegno ai programmi contro la violenza di genere resta minimo: meno dell’1% dei fondi umanitari delle Nazioni Unite è destinato a queste iniziative. In alcuni casi, purtroppo, operatori umanitari hanno sfruttato donne e ragazze nelle zone di crisi, come in Sudan. Questi abusi sottolineano un’urgenza chiara: l’azione umanitaria deve prioritizzare protezione, responsabilità e assistenza centrata sulle sopravvissute, altrimenti rischia di fare più danni che benefici.
Resilienza in guerra: le donne ucraine contro la violenza di genere
In Ucraina, ormai al quarto anno di guerra su vasta scala, la violenza di genere è cresciuta in modo allarmante. Il conflitto ha moltiplicato i rischi di abusi domestici e sessuali, colpendo soprattutto le donne in fuga dal conflitto e quelle in condizioni economiche precarie.
Con molti uomini impegnati al fronte e le donne costrette ad assumere gran parte delle responsabilità di cura e di gestione familiare, i ruoli di genere si sono trasformati, a volte irrigidendosi ulteriormente. Molte raccontano di sentirsi schiacciate tra vecchie aspettative e nuovi pesi, mentre cercano di tenere unite famiglie segnate da traumi, perdite e incertezza. Questo mix di insicurezza, sfollamento e difficoltà economiche porta molte donne e ragazze sull’orlo del collasso.
La distruzione di case e infrastrutture, unita a un accesso umanitario sempre più limitato, rende l’assistenza più difficile da ottenere. Le zone di prima linea restano le più pericolose: donne sfollate o con disabilità e minoranze etniche sono colpite in modo sproporzionato. Molti soldati tornano dal fronte con stress post-traumatico e fragilità psicologica, fattori che possono alimentare aggressività e abusi in famiglia. Allo stesso tempo, le donne che servono nelle forze armate devono fare i conti con discriminazioni, molestie e uno scarso riconoscimento del loro ruolo. La pressione continua del conflitto, nel ridefinire i ruoli di genere, contribuisce ad alimentare nuovi cicli di violenza dentro e fuori le mura domestiche.
Eppure, nonostante queste condizioni estreme, le donne ucraine continuano a dimostrare una resilienza straordinaria. Guidano iniziative comunitarie, si sostengono a vicenda e rivendicano giustizia e responsabilità. La loro determinazione evidenzia una verità fondamentale: prevenire la violenza di genere non è un dettaglio, ma una necessità vitale, che richiede sostegno internazionale costante e un’azione umanitaria realmente sensibile alle questioni di genere.
La guerra, inoltre, acuisce disuguaglianze già profonde, trasformando i corpi delle donne in strumenti e bersagli di violenza. Il conflitto e l’instabilità aumentano il rischio di omicidi, torture, aggressioni sessuali e matrimoni forzati, spesso impiegati deliberatamente per intimidire, umiliare e controllare intere comunità.
Armi di terrore: la violenza sessuale contro le donne in Sudan
In Sudan, il conflitto tra le Forze Armate sudanesi (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF), riacceso ad aprile 2023, ha scatenato un’ondata di violenza sessuale sistematica e diffusa. I soldati RSF hanno impiegato stupri e violenze di gruppo come strumenti deliberati di terrore contro donne e ragazze a Khartoum, nel Darfur e in altre aree, colpendole nelle loro case, nei centri di detenzione e persino negli ospedali.
Una sopravvissuta di Madani ha raccontato l’orrore subito: “Tre di loro mi hanno stuprata mentre mia figlia guardava. È stato terribilmente umiliante. Non sono andata in ospedale perché non volevo che nessuno sapesse. Voi siete le prime persone con cui ne parlo. Mi sento distrutta.”
Purtroppo, storie come la sua non sono rare. In Sudan, la violenza sessuale non è casuale: è una strategia deliberata di dominio, usata per instillare paura, punire chi resiste e smantellare intere comunità.
L’impatto umanitario è devastante. Oltre 11 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, di cui 8,6 milioni sono sfollati interni. Secondo l’UNFPA, negli ultimi due anni le strutture sanitarie sono state colpite in più di 540 episodi, con ospedali saccheggiati, ambulanze danneggiate e personale medico minacciato. Le sopravvissute spesso non possono accedere alle cure e, in molti casi, chiedere aiuto è di per sé pericoloso. Di conseguenza, numerosi casi restano non denunciati, non indagati e non trattati.
La situazione nel vicino Sud Sudan mostra dinamiche simili. Uno studio condotto a Rumbek ha rilevato che il 73% delle donne in coppia ha subito abusi da parte del partner, uno dei tassi più alti al mondo. Qui, gli abusi legati al conflitto si intrecciano con la violenza domestica, entrambi alimentati da norme di genere radicate e dal collasso delle protezioni legali.
Come ha dichiarato un’attivista per i diritti delle donne a Juba: “Il conflitto non rende solo gli uomini violenti, ma priva le donne di ogni protezione.”
In Sudan e Sud Sudan, la guerra ha tolto alle donne sicurezza, dignità e giustizia, lasciandole estremamente vulnerabili e in urgente bisogno di protezione.
Considerazioni finali: dire basta alla violenza e restituire dignità
In Ucraina, in Sudan e in molte altre zone di conflitto, le forme di violenza possono variare, ma la realtà resta la stessa: donne e ragazze vengono sistematicamente private della sicurezza, dell’autonomia e della giustizia. Non si tratta di effetti collaterali involontari della guerra, ma di conseguenze prevedibili della disuguaglianza e dell’impunità.
Quadri globali, come l’Accordo di Cooperazione del 2018 tra il Rappresentante Speciale dell’ONU sulla Violenza Sessuale nei Conflitti e il Comitato CEDAW, riaffermano l’impegno a proteggere donne e ragazze attraverso sforzi coordinati in pace, diritti umani e sviluppo. Ma le politiche da sole non cancellano il trauma né smantellano i sistemi patriarcali che permettono alla violenza di persistere.
Il cambiamento reale comincia dal riconoscimento: la violenza sessuale e di genere non è un effetto collaterale della guerra, ma una crisi centrale di diritti umani e umanitaria. Affrontarla significa adottare risposte mirate alle sopravvissute, dando priorità alla protezione, al supporto psicosociale e all’accesso alla giustizia, anche in contesti caotici. È inoltre fondamentale investire nella leadership femminile nella costruzione della pace, garantendo alle donne un ruolo pieno e attivo nella ricostruzione delle società devastate dal conflitto.
Per MOAS la motivazione è chiara: proteggere la dignità umana significa sostenere le donne in ogni fase del loro percorso, dalla risposta d’emergenza fino alla ripresa a lungo termine. Nessuna donna dovrebbe affrontare violenza, sfruttamento o paura solo per aver cercato di sopravvivere al conflitto o di trovare sicurezza oltre i confini.
Il costo della violenza di genere è enorme, ma una verità è indiscutibile: porre fine alla violenza contro le donne non è solo un imperativo morale, è essenziale per una pace duratura. Quando le donne sono al sicuro, le comunità trovano la forza per riprendersi. Quando le loro voci vengono ascoltate, le nazioni possono ricostruirsi. Quando i loro diritti vengono rispettati, l’umanità avanza.
Perché senza sicurezza per le donne, la pace non esiste.
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