Il lavoro umanitario nell’era della crisi climatica

Incendi in Grecia, inondazioni in Pakistan, siccità nel Corno d’Africa. I disastri climatici sono ormai titoli familiari. Ma dietro ogni evento si cela un numero crescente di persone che hanno bisogno di aiuto. Il cambiamento climatico non è una preoccupazione futura. Sta già trasformando il lavoro umanitario, causando sfollamenti, aggravando l’insicurezza alimentare e ampliando le emergenze.

In questo articolo esploriamo l’impatto crescente del cambiamento climatico sul lavoro umanitario, le soluzioni adottate dalle organizzazioni sul campo e l’urgenza di un’azione politica all’altezza della crisi.

 

Il cambiamento climatico è già causa di crisi umanitarie

Il cambiamento climatico agisce come un moltiplicatore di crisi. Provoca eventi meteorologici sempre più frequenti e gravi, come inondazioni, siccità e incendi, che distruggono case, lasciano intere famiglie senza fonti di sostegno, obbligandole ad abbandonare le proprie comunità. Solo nel 2023, 363 disastri legati al clima hanno colpito almeno 93,1 milioni di persone e causato migliaia di morti. Si sono verificati 26,4 milioni di sfollamenti interni, di cui oltre i tre quarti dovuti ad eventi climatici. I disastri naturali causano ormai più del 60% dei nuovi sfollamenti interni registrati annualmente.

Nello stesso anno, un numero record di 362 milioni di persone ha avuto bisogno di assistenza umanitaria. Un aumento del 32% rispetto all’anno precedente, segno evidente dell’impatto crescente delle crisi climatiche sui bisogni umanitari.

Se le attuali tendenze proseguiranno, entro il 2030 il mondo potrebbe dover affrontare ogni anno 560 grandi disastri, ovvero circa uno e mezzo al giorno. Negli ultimi vent’anni, le richieste di fondi delle Nazioni Unite per le emergenze legate al clima sono aumentate dell’800%.

 

L’impatto sul settore umanitario

Il cambiamento climatico non si limita ad aumentare i bisogni umanitari ma rende anche molto più complesso soddisfarli. I disastri climatici, sempre più intensi e ricorrenti, mettono a dura prova le infrastrutture, spezzano le catene di approvvigionamento e rendono difficile raggiungere chi ha bisogno. Strade spazzate via, ondate di calore insostenibili e intere aree sommerse dall’acqua possono rallentare o addirittura bloccare del tutto la distribuzione degli aiuti umanitari.

Le crisi sono inoltre sempre più complesse e interconnesse. I team umanitari spesso si trovano a rispondere a emergenze simultanee – siccità, sfollamenti, malattie, insicurezza alimentare – sostenendo anche migranti climatici che potrebbero non rientrare nelle protezioni legali esistenti.

L’intero settore si ritrova così sotto una pressione crescente e costante.

 

I limiti del sistema umanitario

Purtroppo, il settore non dispone degli strumenti necessari per far fronte a bisogni sempre più ampi e in continua evoluzione legati alla crisi climatica.

Insufficienza di fondi
Nel 2025, il fabbisogno globale di finanziamenti umanitari ha raggiunto i 56,9 miliardi di dollari, secondo il Global Humanitarian Overview dell’OCHA delle Nazioni Unite. Tuttavia, a metà anno, era stato ricevuto solo il 21% (12,1 miliardi) dei fondi richiesti. Questo rende il 2025 uno degli anni peggiori mai registrati in termini di gap finanziario, mentre i bisogni continuano a crescere.

Il sistema umanitario è già messo a dura prova. I fondi destinati agli aiuti di emergenza non bastano più a coprire il divario sempre più ampio provocato dagli impatti del cambiamento climatico e ancor meno a sostenere interventi di adattamento e costruzione della resilienza a lungo termine.

Nel frattempo, alle organizzazioni umanitarie viene chiesto con sempre maggior insistenza di rispondere alle crisi legate al clima. Tuttavia, spesso mancano loro gli strumenti, le risorse economiche e perfino il mandato necessario per farlo in modo efficace. Come emerso chiaramente durante la COP28, il settore si trova di fronte a una contraddizione crescente: da un lato aumenta la pressione per assumere un ruolo attivo nella gestione dei rischi climatici, dall’altro il sistema rimane strutturalmente impreparato ad affrontare sfide sistemiche e di lungo periodo.

Finanziamenti a breve termine vs bisogni a lungo termine
Costruire resilienza climatica richiede tempo. Molti progetti di adattamento concreti – come il miglioramento delle infrastrutture o la formazione alla risposta alle emergenze – necessitano di un sostegno stabile e pluriennale. Tuttavia, i finanziamenti umanitari restano per lo più a breve termine e reattivi, pensati per rispondere all’emergenza del momento. Questo approccio limita la possibilità di pianificare strategie a lungo termine, rendendo più difficile prevenire le crisi future e ridurre i bisogni nel tempo.

 

È davvero loro responsabilità?
Ma spetta davvero alle organizzazioni umanitarie occuparsi di tutto questo? Una questione centrale riguarda se gli aiuti umanitari debbano o meno essere considerati come parte dei finanziamenti per loss and damage — quei fondi destinati a risarcire i Paesi più vulnerabili per i danni provocati dal cambiamento climatico.

Attribuire agli aiuti umanitari questo ruolo è controverso: significherebbe spostare la responsabilità dai Paesi più ricchi e inquinanti, che sono i principali responsabili della crisi climatica, verso un sistema umanitario già sovraccarico e sottofinanziato.

In molti sottolineano che a dover risarcire le comunità colpite debbano essere i grandi inquinatori, non le organizzazioni che operano in prima linea. Trattare l’assistenza umanitaria come un surrogato della finanza climatica rischia di offuscare le vere responsabilità politiche e ritardare l’adozione di soluzioni strutturali e durature.

 

Come stanno rispondendo le organizzazioni umanitarie

Il settore umanitario si sta adattando alle nuove sfide:

Dalla reazione all’anticipazione

Di fronte a disastri sempre più frequenti e devastanti, il mondo umanitario sta cambiando approccio: non si tratta più solo di rispondere alle emergenze, ma di anticiparle. Le organizzazioni stanno aggiornando i propri piani di intervento, investendo nella riduzione del rischio e posizionando in anticipo scorte e risorse nelle zone più vulnerabili. Sono azioni fondamentali per restare al passo con l’escalation delle crisi.

Anche MOAS ha adottato un approccio anticipatorio. In Bangladesh, ad esempio, i nostri programmi di sicurezza contro le inondazioni e gli incendi aiutano le comunità più esposte a prepararsi ai rischi stagionali, che il cambiamento climatico rende sempre più gravi e imprevedibili.

Sempre più si parla di “azione anticipatoria”: un insieme di interventi che mirano a prevenire gli impatti prima che un disastro colpisca. Parliamo di sistemi di allerta precoce, formazione alla resilienza, pianificazione finanziaria e preparazione delle comunità locali. Questi strumenti salvano vite e risorse, ma spesso rimangono nell’ombra: non fanno notizia come le risposte d’emergenza e, di conseguenza, ricevono meno attenzione e finanziamenti. Eppure, il loro successo silenzioso è ciò che può davvero fare la differenza.

Promuovere l’azione politica
Evitare un disastro climatico non è responsabilità delle agenzie umanitarie. Questo compito spetta principalmente ai decisori politici. Le organizzazioni umanitarie possono però giocare un ruolo importante facendo pressione per il cambiamento e fornendo un modello, ad esempio riducendo gli sprechi e rendendo le proprie attività più sostenibili. Tuttavia, non possono da sole guidare la riduzione delle emissioni a livello globale.

Contrastare il riscaldamento globale richiede un impegno deciso da parte dei governi: approvare leggi per tagliare le emissioni di gas serra, eliminare gradualmente i combustibili fossili, investire nelle energie rinnovabili e molto altro.

Per MOAS, l’advocacy è un elemento chiave del nostro approccio umanitario consapevole sul clima. Attraverso campagne di sensibilizzazione, mettiamo in luce i legami tra sfollamento, conflitti e cambiamento climatico, esortando i decisori politici a intervenire sulle cause profonde di queste crisi.

 

Considerazioni finali

Le organizzazioni umanitarie devono stabilire con chiarezza quali ruoli possono assumere e quali no di fronte alla crisi climatica. Il loro punto di forza è rispondere ai bisogni più urgenti, integrare il rischio climatico nei programmi e spingere per cambiamenti a livello sistemico. Tuttavia, da sole non possono affrontare l’intera sfida del cambiamento climatico.

La responsabilità principale spetta ai governi e ai Paesi che maggiormente contribuiscono alle emissioni. Senza un impegno politico deciso, il sistema umanitario resterà sopraffatto dal peso umano delle conseguenze dell’inazione climatica.

 

 

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