Un posto chiamato casa per gli sfollati: il caso della Somalia

Nel Mediterraneo, durante la stagione estiva, l’aumento del numero di richiedenti asilo pone l’attenzione sul carattere emergenziale della situazione e fa sì che nell’immaginario comune questa parte del viaggio sia percepita come separata dal resto del viaggio. Il  focus di questo mese si occuperà di cosa succede quando il carattere emergenziale diventa permanente: la situazione prolungata di sfollamento e la creazione di comunità permanenti di migranti.

In un primo momento, la definizione di “situazione di sfollamento prolungato” può sembrare un termine insolito per descrivere un concetto altrettanto insolito. La parola “crisi”, spesso usata dai media in merito ai richiedenti asilo, evoca alla mente problemi improvvisi a breve termine che richiedono soluzioni temporanee. Una condizione ben diversa dalla realtà che ci circonda, come dimostrato dall’approccio ad hoc attuato per affrontare le traversate nel Mediterraneo.

Il crescente numero di situazioni di sfollamento in tutto il mondo rappresenta una vera sfida a questa teoria: il rapporto ODI del 2015 raccoglie dati statistici su tale fenomeno e rivela che dagli anni 70 circa l’80% delle crisi dei rifugiati sono durate per 10 anni o più. Come possiamo, dunque, definire e comprendere quei casi in cui la crisi persiste nel tempo in assenza di soluzioni durevoli portando con sé una serie di nuovi problemi a persone già svantaggiate?

In un report redatto dall’UNHCR lo sfollamento protratto nel tempo viene definito come uno “stato di limbo insormontabile di lunga durata”. Una situazione in cui un gruppo di persone, pur non trovandosi in pericolo di vita, non può avere accesso a tre condizioni durevoli, l’integrazione, il reinsediamento e il rimpatrio, e quindi i membri che ne fanno parte sono limitati, dipendenti e non integrati.

Anche se tali questioni potrebbero essere associate a situazioni di povertà o di sottosviluppo – come il deficit di finanziamento o la mancanza di accesso a determinate strutture – forme prolungate di sfollamento sono distinte dalla povertà o dal sottosviluppo perché contraddistinte da una serie di problemi specifici.

L’incapacità di integrarsi nella cultura locale e nel mercato del lavoro a causa del mancato riconoscimento di uno status giuridico può condurre a una vita di dipendenza forzata all’interno delle comunità sfollate. A ciò si aggiungono le decisioni politiche che possono limitare la possibilità di naturalizzare intere comunità segregandole nei campi. Un ulteriore problema è quello delle seconde generazioni: un crescente allontanamento dalla cultura di origine costituisce una grave minaccia psicologica, per la prospettiva di rimpatrio e per la reintegrazione nella comunità di provenienza. Queste e molte altre questioni saranno trattate nel corso di questo mese.

 

Il caso della Somalia

Il trentennale conflitto somalo ha causato, sia all’interno che all’esterno del Paese, circa 3 milioni di sfollati di lungo periodo, uomini, donne e bambini (circa un quarto dell’intera popolazione) rappresenta per molti versi l’esempio paradigmatico di una situazione di sfollamento prolungato. L’esempio della Somalia ci offre un monito affinché non vengano ignorati e fraintesi la natura e i bisogni delle crisi prolungate. In alcuni scritti il mancato progresso della qualità della vita del popolo somalo è stato attribuito alla tendenza ad applicare soluzioni di breve termine per problematiche di lungo termine.

 

Semplificando, questo significa effetti reali su persone reali. Diritti limitati significano resilienza limitata, creano vulnerabilità e scarse possibilità di affrontare numerosi rischi. Le tensioni con le comunità ospitanti derivano naturalmente da tali vulnerabilità e creano problemi di sicurezza che richiedono potenziali interventi aggiuntivi.

La proposta di chiusura del Dadaab camp in Kenya, che ha ospitato molti rifugiati somali, dimostra la portata dell’insicurezza della diaspora somala. Un campo attivo da tanti anni, con scuole, mercati e persino una stazione degli autobus, una testimonianza della resilienza del popolo somalo. Oggi Dadaab rappresenta un atto di accusa contro una risposta internazionale e una politica che hanno fallito nel riconoscimento dei bisogni degli sfollati di lungo termine e che hanno continuato a lasciare milioni di vite umane in uno stato di esistenza precaria.

Gli sfollamenti prolungati costituiscono l’aspetto più rilevante delle questioni migratorie di oggi, non soltanto in Somalia ma in tutto il mondo: un’approfondita comprensione dei problemi e delle potenziali soluzioni costituirà senza dubbio un traguardo importante per il futuro delle attività umanitarie in tali contesti.

Ulteriori approfondimenti su questo argomento saranno affrontati nei prossimi blog che si concentreranno maggiormente sulle questioni relative allo sfollamento prolungato, agli interventi dalla comunità umanitaria e in un approfondito case-study sui Rohingya. Chiuderemo il mese con un podcast. Per maggiori informazioni è possibile consultare i nostri canali social.

 

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