MOAS – #SavedAtSea

Jasmine & Khaija, Appy, Yousef e Mohamed sono solo alcuni degli oltre 33 mila volti di uomini, donne e bambini che abbiamo visto passare sulle nostre navi negli ultimi due anni e mezzo. Esseri umani come noi, ciascuno di loro con la propria storia di sopravvivenza, aspirazioni, sogni, disperazione, avventure e disavventure.
Storie di persone che hanno visto la loro vita minacciata da guerre, terrorismo, povertà, fame o disastri ambientali, e hanno deciso di non arrendersi. Hanno deciso di rischiare tutto attraversando il mare in condizioni disperate, e lottare per una vita migliore.

Migliaia di queste storie rimarranno per sempre sconosciute in fondo al mare, insieme ai corpi di chi non ce l’ha fatta. È anche in loro onore che parlano le voci di #SavedAtSea: una serie di brevi ritratti raccontati in prima persona da chi invece da quello stesso mare siamo riusciti a trarre in salvo.

Jasmine & Khaija, Senegal, #SavedAtSea

“In Senegal lavoravo in un negozio di profumi per pagarmi gli studi. Eravamo poveri, e degli amici ci dissero che in Europa avremmo potuto guadagnare abbastanza da poter dare a nostra figlia, Khaija, un futuro migliore. Il fratello di mio marito, che vive in Francia, ci ha aiutati a pagare parte del viaggio, e in un mese siamo finalmente riusciti ad arrivare in Libia, dove abbiamo dovuto aspettare per altri 3 mesi. Siamo stati rapiti e liberati in cambio di riscatti, e picchiati ripetutamente, nonostante io fossi incinta. Per 3 volte abbiamo provato ad attraversare il mare, ma siamo stati fermati le prime due volte, e la terza ci hanno tenuti rinchiusi per due giorni prima di farci salire sui gommoni. Ci hanno separato da mio marito, e ora non so dove sia. Quando eravamo in mare ero terrorizzata per mia figlia e il mio bambino ancora in pancia. Quando ci avete trovati, il gommone stava per affondare. Se avessi saputo quanto pericoloso era il viaggio, non sarei mai partita.”

Appy, Nigeria, #SavedAtSea 

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“Ho lasciato la Nigeria perchè sono stata costretta. Non avevamo più soldi e non c’era abbastanza cibo per tutta la mia famiglia. Quando mio padre ha perso il lavoro, io e mio fratello abbiamo deciso di partire. Era l’unico modo per sopravvivere e cercare di aiutare la nostra famiglia. Il viaggio per arrivare in Libia è durato tre mesi, è stato terribile. Attraversando il deserto, siamo stati per tre giorni senza né cibo né acqua: ancora non so come abbiamo fatto a sopravvivere. In Libia, siamo saliti su un gommone insieme ad altri per arrivare in Europa, ma ci siamo completamente persi in mare. Credevo che saremmo tutti morti. Ho pianto, ho pregato Dio perché ci aiutasse, ma ero sicura che non saremmo sopravvissuti. Il gommone si stava sgonfiando velocemente. Quando ho visto la vostra nave venire verso di noi, ho pensato che fosse un miracolo. Ora so che stiamo andando in Italia, e sono felice di avercela fatta. Sono sicura che da adesso sarò in grado di aiutare la mia famiglia da qui.”

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Yousef, Siria, #SavedAtSea

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“Sono di Aleppo. Dopo che hanno cominciato a bombardare la zona in cui vivevo con mia moglie, ho deciso di metterla al sicuro. Era incinta, e potevamo permetterci di pagare il viaggio solo per lei. È scappata in Libano, dove ha dato vita al nostro primo figlio, Hani. Siamo stati in contatto per un anno, ma lei era senza soldi, ed eravamo preoccupati che nostro figlio perdesse ogni possibilità di ricevere un’istruzione. Con il peggioramento della situazione ad Aleppo, sono stato costretto a scappare, ed abbiamo deciso che avrei cercato di raggiungere un posto sicuro dove poter dare delle opportunità a nostro figlio. Sono finito in Libia, dove ho lavorato per un anno, finchè la situazione non è diventata così pericolosa da costringermi a salire su un barcone per mettermi in salvo e raggiungere l’Europa. Il mio sogno più grande? Conoscere finalmente mio figlio. Posso solo sognare che un giorno lo vedrò, potrò tenerlo in braccio, e saremo tutti al sicuro in Europa.”

Mohamed, Striscia di Gaza, #SavedAtSea

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“A Gaza non c’è futuro. È impossibile avere una vita normale a causa del conflitto, dell’embargo di Israele e del radicalismo di Hamas. Nonostante tutto questo però, Gaza è pur sempre casa mia, e per questo non volevo andarmene da lì. Ho deciso di lasciare Gaza solo dopo che la mia casa è stata distrutta in un bombardamento. Non mi era rimasto nient’altro da perdere, niente per cui lottare a parte la mia vita e il mio futuro. Ho usato tutti i miei risparmi, venduto tutto quello che avevo per potermi permettere di arrivare in Libia e pagare uno scafista per un posto su un barcone. Quando sono salito a bordo, l’unica cosa che mi era rimasta era questa sciarpa. Adesso comincio una nuova vita. Continuerò a tenermi questa sciarpa per ricordarmi della vecchia.”

 

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