MOAS completa la missione di osservazione nel Mare delle Andamane, chiede alla comunità internazionale di creare un meccanismo di monitoraggio marittimo indipendente per assicurare i diritti umani dei rifugiati Rohingya in fuga dal Myanmar

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MOAS (Migrant Offshore Aid Station) ha annunciato di aver portato a termine con successo la missione di osservazione nel mare delle Andamane per monitorare le evoluzioni della crisi dei rifugiati Rohingya che fuggono via mare.

La missione è stata lanciata il 3 aprile in seguito alle notizie confermate di tentativi di fuga dal Myanmar. Il team MOAS ha lasciato Galle (Sri Lanka) il 23 aprile a bordo della nave M/Y Phoenix e ha terminato le proprie operazioni a Pulau Weh (Indonesia) il 13 maggio.

Durante la missione, la M/Y Phoenix ha pattugliato 2.674 miglia nautiche (oltre 4.950 km) e ha attraversato cinque regioni SAR (di ricerca e soccorso), nella fattispecie quelle di Sri Lanka, India, Malesia, Tailandia e Indonesia.

Una volta raggiunta l’area operativa il 27 aprile, il nostro team di professionisti SAR è stato di vedetta 24 ore al giorno per individuare sul radar eventuali oggetti privi di risposta AIS (Automatic Information System). Nel corso della missione, usando principalmente i nostri sistemi ottici ad alta potenza, il team ha analizzato 408 contatti, o oggetti non identificati, che per lo più si sono poi rivelati piccole barche di pescatori o, in alcuni casi, imbarcazioni commerciali e private. È noto che i Rohingya partono dal Myanmar a bordo di barche da pesca e ciò rende difficile distinguere fra pescherecci veri e propri e imbarcazioni cariche di profughi.

Dopo aver ricevuto dei report che confermavano la presenza di un’imbarcazione di Rohingya partita da Sittwe (Myanmar) il 5 maggio, la M/Y Phoenix si è diretta verso il punto di incontro più verosimile in base ai calcoli sulla probabile rotta e velocità della barca. Per diversi giorni la M/Y Phoenix ha monitorato l’area di interesse nella speranza di intercettare l’imbarcazione e fornire qualunque tipo di assistenza fosse necessaria. L’11 maggio, però, MOAS ha appreso dai media locali che l’imbarcazione era stata costretta a rientrare in Myanmar il giorno precedente a causa di un problema al motore. Il destino dei Rohingya a bordo rimane sconosciuto. Due giorni dopo, fonti Rohingya hanno inoltre raccontato che un’altra barca era stata intercettata dalla Marina Birmana e riportata in Myanmar.

“Nel complesso, la missione ha raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati, cioè di incrementare le informazioni su quest’area e concentrare l’attenzione su quanto avviene in mare nel contesto della crisi Rohingya”, ha affermato Regina Catrambone, Co-fondatrice e Direttrice MOAS, che è stata a bordo della M/Y Phoenix per tutta la missione. “Visto che non esistono attualmente informazioni pubbliche attendibili, riteniamo che questa missione sia stata un primo, fondamentale passo per far luce sulla tragedia dei rifugiati nel mare delle Andamane”, ha aggiunto.

“Come di consueto, la diplomazia è stata parte essenziale del nostro lavoro mirato a rafforzare la collaborazione fra organizzazioni governative e indipendenti impegnate a salvare vite in mare”, ha ribadito Chris Catrambone, Fondatore MOAS. Tuttavia, ha sottolineato, “c’è ancora molto da fare, come dimostrano le sfide che abbiamo affrontato a causa della riluttanza delle autorità a collaborare per aumentare la trasparenza delle operazioni marittime”.

Il Direttore delle Operazioni MOAS, C. Amm. (Ris) Franco Potenza, che ha guidato la missione nel mare delle Andamane, ha dichiarato di essere convinto che “i Rohingya continueranno a fuggire dal Myanmar su imbarcazioni insicure nonostante l’avvento della stagione monsonica” e ha avvertito che “senza un sistema di monitoraggio indipendente in mare, l’area diventerà un enorme cimitero”.

MOAS chiede alla comunità internazionale e alle parti interessate di avviare con urgenza una missione indipendente per salvaguardare i diritti umani dei rifugiati Rohingya, costretti a fuggire per mettersi in salvo dalla violenta persecuzione e dal pericolo di finire in prigione in Myanmar. L’evidente riluttanza dei governi di questa regione a rispettare gli obblighi internazionali in mare e l’incapacità del Myanmar di affrontare adeguatamente la questione degli abusi sui Rohingya preparano il terreno per una catastrofe che coinvolgerà tutti i paesi di quest’area.

Per conoscere nel dettaglio le nostre attività in mare, leggi il nostro Report Finale.

Per maggiori informazioni
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