Lampedusa: dalla tragedia alla speranza

Oggi, 3 ottobre, ricorre il sesto anniversario della tragedia nella quale, a causa del naufragio dell’imbarcazione sulla quale viaggiavano, 368 persone persero la vita di fronte all’isola di Lampedusa.

Il peschereccio, pericolosamente sovraffollato, era salpato dalla Libia con a bordo 518 persone di provenienza principalmente eritrea. Nelle prime ore del mattino del 3 ottobre  2013, a  poche centinaia di metri dalla costa di Lampedusa, a bordo scoppiò un incendio. Mentre le fiamme si diffondevano i  passeggeri, in preda al panico, si precipitarono tutti su un lato della  barca, causandone il capovolgimento. Centinaia di persone che si trovavano sotto il ponte restarono intrappolate all’interno mentre la barca affondava. Tra coloro i quali si trovavano sul ponte superiore soltanto poche persone sapevano nuotare e, in assenza di soccorsi, 368 di loro morirono tra le acque. Delle 80 donne a bordo soltanto 5 arrivarono vive sulle terraferma, mentre nessuno dei bambini di età inferiore ai 12 anni riuscì a sopravvivere.

Coloro che avevano intrapreso quella fatidica traversata, come tanti altri dopo di loro, erano coscienti del grave rischio che stavano correndo. Ma, in assenza di vie sicure e legali per accedere in Europa, il viaggio su imbarcazioni sovraffollate è l’unico modo per fuggire da conflitti, povertà e violenza nel tentativo di raggiungere un luogo sicuro.

L’incidente, che ha generato scalpore in tutto il mondo, ha spinto il governo italiano a lanciare l’Operazione Mare Nostrum, nata con l’obiettivo di intensificare la ricerca e il salvataggio (SAR) nel Mar Mediterraneo. Un anno dopo, al termine del mandato, è stata avviata l’operazione europea Triton, guidata dall’agenzia Frontex. Gli obiettivi principali di Triton non erano la ricerca e il salvataggio ma il controllo delle frontiere e la prevenzione del traffico di persone.

Consapevoli della necessità di dover fare di più in termini di ricerca e soccorso nel Mediterraneo e solidali con coloro i quali rischiavano la vita per mettere in salvo le persone migranti abbiamo dato vita alla Migrant Offshore Aid Station. Inorriditi dalle tragedie che continuavano ad avvenire nell’area più a sud dell’Europa, nell’agosto del 2014 MOAS diventava la prima organizzazione SAR non governativa attiva nel Mediterraneo centrale, un’azione che ha ispirato la società civile e altre organizzazioni ad agire.

Nell’ottobre 2014, al termine della prima operazione MOAS nel Mediterraneo, erano 3.000 le persone salvate. Nei tre anni successivi, MOAS ha continuato a operare salvando oltre 40.000 persone migranti con missioni nel Mediterraneo e nel Mare Egeo.

Dal 2016 condurre operazioni SAR è diventato sempre più difficile. L’ascesa dei movimenti populisti in Europa ha creato un clima ostile nei confronti dei migranti e dei rifugiati e di tutte quelle organizzazioni che si adoperavano per aiutarli. Le procedure di salvataggio delle persone in mare sono cambiate. Gli  accordi europei con la guardia costiera libica hanno avallato una zona di ricerca e soccorso libica. Qualsiasi  imbarcazione trovata in difficoltà all’interno di questa zona viene considerata di competenza della SAR libica con la conseguente consegna delle persone migranti alle autorità locali. Nonostante l’ampia documentazione delle violazioni dei diritti umani e nonostante le dichiarazioni ufficiali delle Nazioni Unite, le persone migranti continuano a essere riportare sul territorio libico dove violenze, torture, detenzioni arbitrarie e il conflitto in corso rendono altamente pericolosa e instabile la situazione.

Negli ultimi anni le navi impegnate nei salvataggi in mare hanno dovuto affrontare crescenti restrizioni e ostacoli nello svolgimento delle loro attività, oltre al rischio di diventare complici del ritorno forzato delle persone salvate in mare in Libia. Per evitare di diventare parte di un sistema indiretto di ritorni forzati MOAS ha deciso di sospendere le proprie attività nel Mediterraneo, pur continuando le operazioni per sostenere le persone più bisognose in altre aree.

A sei anni dalla tragedia di Lampedusa, che cosa è cambiato e che cosa abbiamo imparato?  La rotta del Mediterraneo centrale rimane una delle frontiere più letali del mondo. Secondo l’ultimo aggiornamento, nel 2019 nel Mediterraneo le vittime sono state più di 1000 per il sesto anno consecutivo.

I conflitti, la povertà e la violenza in Africa, Medio Oriente e Asia continuano e le persone continuano a guardare all’Europa come unica possibilità per vivere una vita migliore.  Ovunque le persone affrontino persecuzioni e difficoltà, cercheranno sempre di trovare una soluzione per migliorare la propria vita.

Sebbene l’azione della società civile nel Mediterraneo abbia salvato molte vite, la mancanza di una risposta coordinata da parte dell’Europa ha fatto sì che le attività di ricerca e salvataggio non siano state così estese da raggiungere tutti coloro i quali si sono trovati in pericolo di vita.

Fino a quando non si creeranno percorsi sicuri e legali (corridoi umanitari, voli umanitari, ricongiungimenti familiari, visti, sponsorship, etc.) verso l’Europa che permetteranno di spostarsi senza dover rischiare la propria vita e quella dei propri figli le persone continueranno a pagare i trafficanti e a morire alle porte dell’Europa.

Il 3 ottobre, anniversario della tragedia, esortiamo il mondo a rendere omaggio a coloro che hanno perso la vita unendosi a MOAS nella campagna per #safeandlegalroutes.