La Missione SAR vista da vicino: il salvataggio

Il nostro equipaggio formato da professionisti altamente specializzati è un elemento importante che contribuisce a rendere MOAS l’organizzazione leader nel suo settore che è diventata. Durante il mese di Maggio vi racconteremo come si svolgono le operazioni di salvataggio e le sfide che si affrontano durante le missioni. Oggi analizzeremo la fase più intensa delle operazioni: il salvataggio.

Dopo aver individuato una imbarcazione in difficoltà ed essere stati incaricati dal Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC) di Roma a procedere col salvataggio, il nostro equipaggio deve rintracciare la rotta dell’imbarcazione stessa. Se il salvataggio avviene durante la notte, usiamo la strumentazione per la visualizzazione notturna che ci aiuta a individuare e rintracciare l’imbarcazione in movimento. A questo punto la Phoenix inizia a dirigersi verso il punto stimato in cui dovrebbe trovarsi il natante. Una volta avvistato, l’equipaggio utilizza uno dei RHIB per fare una valutazione generale dell’imbarcazione e delle persone a bordo.

“Può sembrare strano, ma l’unica volta in cui sono nervoso è quando raggiungiamo l’imbarcazione. Non sapere cosa ci troveremo di fronte è l’unica cosa complicata. Appena capiamo con cosa abbiamo a che fare, subentra la nostra preparazione e svolgiamo il lavoro per cui siamo lì”

(Paul, Rescue Swimmer)

Il numero di persone a bordo dipende dalla tipologia di imbarcazione. Su un gommone ce ne possono essere fino a 150 mentre un barcone di legno può trasportarne fino a 400. Man mano che ci avviciniamo col RHIB, l’equipaggio spiega alle persone a bordo che sono lì per aiutarle. Nella migliore delle ipotesi, l’imbarcazione è stabile e l’equipaggio può cominciare a distribuire i giubbotti salvagente e cominciare a trasferire le persone al sicuro.

Altre volte, quando l’equipaggio arriva trova imbarcazioni già sgonfie o in procinto di affondare e persone in acqua. In queste situazioni dobbiamo agire nel minor tempo possibile, mettendo in acqua il centifloat -un lungo tubo gonfiabile a cui le persone possono aggrapparsi- oppure decidere di far intervenire i soccorritori in acqua (rescue swimmers).

“Mi sono reso conto che molte persone non hanno mai visto il mare prima […] E’ qualcosa di nuovo: ci raccontano sempre dei pericoli di attraversare il deserto e pensano che il mare sia la parte più semplice del viaggio, ma poi si rendono conto che non è così”

(John Hamilton, Team Leader Operazioni  SAR)

I casi medici urgenti vengono trasferiti per primi sulla Phoenix insieme a donne e bambini. Ogni RHIB può ospitare circa 20 persone a bordo pertanto ogni salvataggio può richiedere dai sette ai dieci trasferimenti. Mentre ci prepariamo, il capitano riposiziona la Phoenix in modo da fare da frangiflutti e diminuire la distanza col natante in difficoltà.

Oltre ai sopravvissuti, dobbiamo anche trasferire a bordo chi non ce l’ha fatta. Le imbarcazioni di legno sono particolarmente pericolose visto che le persone spesso sono ammassate sotto coperta in prossimità del motore dove la scarsa areazione provoca colpi di calore o asfissia a causa delle esalazioni del carburante. “Le persone in stiva spesso sono convinte che i loro amici o parenti stanno semplicemente dormendo […] mentre di fatto sono morti”. (John Hamilton, Team Leader Operazioni SAR)

Il nostro team medico a bordo tenta poi di stabilire la causa del decesso per verificare se si tratta di qualcosa che potrebbe contagiare anche le altre persone tratte in salvo e per passare le informazioni alle autorità italiane.

Una volta terminata l’operazione di salvataggio, l’equipaggio si dedica completamente ad assistere chi si trova ormai al sicuro sulla Phoenix. Nella prossima uscita analizzeremo l’assistenza post-soccorso e cercheremo di capire la situazione a bordo delle persone che salviamo.

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