Di Francesca Pierpaoli, Responsabile Comunicazione e Relazioni Esterne di MOAS
A maggio ho avuto il privilegio di partecipare ad un corso di formazione intenso e interessante in Lussemburgo: YouthFirst – Fostering Mental Health and Well-Being in Youth Work. Organizzata dall’Agenzia Nazionale Lussemburghese ANEFORE e da MartyLux Coaching, questa esperienza di cinque giorni ha riunito operatori giovanili, tutor ed educatori da tutta Europa con l’obiettivo di approfondire la nostra comprensione della salute mentale e migliorare il supporto offerto ai giovani, specialmente in momenti di crisi.
In MOAS sappiamo da tempo che lavorare con i giovani e con i volontari del Corpo Europeo di Solidarietà richiede non solo empatia, ma anche strumenti pratici. Questa esperienza è stata un’opportunità preziosa per fermarsi, riflettere e crescere.
Uno spazio sicuro per apprendere e connettersi
Il corso si è tenuto presso il Parc Hotel Alvisse, immerso nel verde ai margini della città di Lussemburgo. Fin dall’inizio si è creato un clima accogliente e positivo. Non eravamo semplici partecipanti, ma membri di una comunità temporanea fondata sull’apertura, sull’empatia e su un obiettivo condiviso: fare la differenza.
Il primo giorno è stato dedicato alla conoscenza reciproca e alla creazione di un ambiente di fiducia e sicurezza. È stato subito evidente che non si trattava di un corso tradizionale: siamo stati invitati a esplorare emozioni, convinzioni e vissuti personali in modo autentico e profondo.
Corpo, mente e cuore: strumenti per un supporto concreto
Il training è stato guidato da due professionisti davvero stimolanti: Martina Širol, esperta formatrice in ambito Erasmus+ e ESC, e Petar Dukić, terapeuta e docente specializzato in psicoterapia integrativa a orientamento corporeo.
Ciò che ha reso il loro approccio unico è stato l’equilibrio tra teoria e pratica. Non abbiamo solo parlato di stress, traumi e ansia: abbiamo imparato a riconoscerli nei segnali corporei, ad ascoltare con consapevolezza e a rispondere utilizzando tecniche di centratura, respirazione e presenza attiva.
Abbiamo esplorato strumenti basati sul movimento, sulla mindfulness e sulla regolazione emotiva. Ogni tecnica è stata pensata per essere accessibile, realistica e adattabile al contesto del lavoro con i giovani. Abbiamo inoltre riflettuto su un punto cruciale: conoscere i nostri limiti e sapere quando è il momento di affidarsi a figure professionali specializzate.
Una delle esperienze più toccanti è stata quella della “Human Library”, un metodo in cui abbiamo ascoltato in prima persona le storie di giovani che hanno affrontato difficoltà legate alla salute mentale. Una testimonianza che mi ha colpita particolarmente è stata quella di Michael, 20 anni:
“Sono nato in Romania da madre americana e padre ungherese. Ho vissuto in Romania, poi in Ungheria, di nuovo in Romania, quindi in Svezia e infine negli Stati Uniti, dove ho terminato le scuole superiori. Ogni cambiamento ha significato ricominciare da capo: nuovi amici, nuove scuole. Soffro di dislessia, ADHD e questi continui spostamenti mi hanno causato una depressione grave, con pensieri suicidi. Con l’aiuto della mia famiglia e della psicoterapia, sono riuscito a iscrivermi a una scuola per immersioni commerciali, e ora amo quello che faccio. Mi sento più stabile e motivato.”
Ascoltare senza giudicare, essere presenti davvero e dare spazio alle loro voci è stato un potente promemoria del valore del nostro lavoro.
Costruire un personale “toolkit”
Durante tutto il percorso, ci è stato chiesto di costruire un nostro “kit di strumenti” per il benessere mentale – non solo da usare con i giovani, ma anche per noi stessi e per i nostri colleghi. Il lavoro umanitario può essere molto impegnativo dal punto di vista emotivo, e questa formazione mi ha ricordato che possiamo davvero aiutare gli altri solo se, prima di tutto, ci prendiamo cura del nostro benessere.
Il programma si è concluso con momenti di riflessione e condivisione: cosa abbiamo imparato, cosa ci portiamo a casa, e come possiamo applicarlo. Sono tornata non solo con nuove competenze, ma anche con un rinnovato senso di responsabilità e chiarezza.
Perché è importante per MOAS
In MOAS, il nostro impegno è proteggere la vita e la dignità umana, nei contesti di conflitto così come nelle comunità locali. Accogliamo volontari ESC e lavoriamo a stretto contatto con richiedenti asilo, persone sfollate e giovani in condizioni di vulnerabilità. Spesso portano con sé cicatrici visibili e invisibili.
Dopo questo corso di formazione, mi sento più preparata ad affiancarli – non per “risolvere” i loro problemi, ma per offrire uno spazio sicuro, ascolto autentico e sapere quando intervenire nel modo più efficace e rispettoso.
Come professionisti della comunicazione, inoltre, abbiamo il compito di raccontare storie. Comprendere la salute mentale dal punto di vista dei giovani ci aiuta a comunicare con maggiore empatia e responsabilità.
Considerazioni finali
Sono profondamente grata ad ANEFORE, a Martina, a Petar e a tutti i partecipanti per aver creato uno spazio di apprendimento così autentico. Le conversazioni condivise e gli strumenti acquisiti mi accompagneranno a lungo.
La salute mentale non è un tema secondario: è centrale in ogni forma di coinvolgimento significativo con I giovani. Sono entusiasta di integrare quanto appreso e di continuare a crescere nel nostro modo di prenderci cura, comunicare e costruire connessioni con le nuove generazioni.
Se sei interessato a sostenere le iniziative di MOAS o a saperne di più sui nostri progetti in corso, seguici sui social media, iscriviti alla nostra newsletter o contattaci all’indirizzo [email protected]. Per sostenere direttamente la nostra missione, considera la possibilità di fare una donazione a www.moas.eu/donate.