COSA È CAMBIATO NEL MEDITERRANEO?

A causa delle condizioni metereologiche favorevoli e dell’aumento delle temperature, solitamente, nel mese di aprile si assiste a un incremento degli attraversamenti delle persone migranti nel Mediterraneo. Nell’aprile del 2015 sono state 1.222 le persone morte o scomparse nel Mediterraneo e l’anno successivo 630. Nell’aprile del 2017 MOAS, in mare sin dall’inizio del mese con il proposito di evitare un alto numero di vittime, ha salvato oltre 1800 persone in un solo weekend.

Una tendenza che, purtroppo, è stata confermata anche quest’anno, con oltre 1000 persone in fuga dalla guerra civile attraverso la rotta mediterranea. In questo difficile momento la pandemia di coronavirus è diventata il pretesto per impedire il proseguimento delle operazioni di ricerca e salvataggio.

All’inizio del mese sia Malta che l’Italia hanno annunciato la chiusura dei porti per gli sbarchi dei migranti a causa dei timori relativi a una maggiore diffusione del COVID-19.

Politiche che, invece di tutelare i diritti dei migranti e di individuare alternative per garantire la sicurezza di coloro che arrivano e delle comunità ospitanti, sembrano chiudere gli occhi davanti a esseri umani bloccati in mare.

Cosa è successo durante il mese di aprile

Tra gli avvenimenti da evidenziare vi è il caso della Alan Kurdi, nave tedesca di ricerca e soccorso, che dopo aver salvato 150  migranti è rimasta  bloccata in mare per oltre 10 giorni prima di ricevere l’autorizzazione allo sbarco.

Anche l’Aita Mari è stata abbandonata dalle autorità  maltesi e da quelle italiane quando, dopo aver salvato  43 persone, per un’intera settimana ha visto negata la concessione di un porto sicuro nonostante avesse a bordo bambini, una donna incinta e altre donne in condizioni vulnerabili.

Malta e Italia hanno ignorato l’obbligo giuridico e morale di proteggere la vita e i diritti umani di coloro i quali sono rimasti bloccati nelle acque del Mediterraneo.

L’attenzione da parte della politica sulle navi di ricerca e soccorso e il non aver garantito un porto sicuro, tuttavia, non hanno fermato i flussi migratori dalla Libia. Non esistono alternative per le persone migranti  trattenute in condizioni orribili nei centri di detenzione libici. Quindi, fino a quando il Paese sarà afflitto dalla guerra e continuerà a mettere in atto forme di detenzione illegale, i fenomeni migratori nella rotta del Mediterraneo centrale non avranno fine, nonostante la crisi globale che stiamo vivendo.

Se le restrizioni adottate questo mese devono essere considerate misure preventive per rallentare la diffusione del virus e mitigare la perdita di vite umane, sia Malta che l’Italia si trovano devono fare i conti con decisioni che hanno prodotto l’effetto contrario.

Il 15 aprile, infatti, sono stati  trovati cinque corpi a bordo di un’imbarcazione che era rimasta bloccata in  acque maltesi. I restanti 51 sopravvissuti, secondo l’UNHCR, sono stati trasferiti nei centri di detenzione in Libia.

In questo periodo tutti noi siamo preoccupati per la nostra salute ma ignorare le richieste di soccorso e  demonizzare le navi SAR nel Mediterraneo non può certamente essere una soluzione per i nostri timori.

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Non possiamo permettere che il coronavirus diventi la scusa per continuare ad abbandonare nella disperazione le persone migranti nel Mediterraneo.

Occorre invece compiere maggiori sforzi per garantire condizioni sicure e umane per gli sbarchi continuando a invocare l’implementazione di #VieSicureElegali, oggi più che mai necessarie, in un momento in cui la pandemia globale aumenta la vulnerabilità dei rifugiati, che spesso non hanno accesso all’assistenza sanitaria e ai servizi di base.

Da qui la necessità di una risposta coordinata da parte degli Stati sia riguardo ai flussi migratori nel  Mediterraneo che in merito all’attuale pandemia affinché possano essere scongiurate ulteriori violazioni dei diritti umani e sia garantita la sicurezza di coloro i quali si trovano in situazioni disperate, con la consapevolezza della necessità di adottare misure di sicurezza in grado di proteggere l’intera comunità.

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