Attività umanitaria e sostenibilità ambientale

Centrale solare del campo rifugiati Za’atari in Giordania (Credit: UNHCR/Yousef Al Hariri).

Si prevedeva che il 2020 potesse essere un anno decisivo per intraprendere azioni volte a mitigare gli effetti della crisi climatica. Grazie allo slancio generato da iniziative come gli scioperi per il clima e le parole di Greta Thunberg, si era creato un nuovo livello di speranza e di urgenza, insieme ad aspettative per le imminenti conferenze internazionali. Tuttavia, la pandemia di COVID-19 ha costretto a posticipare tali eventi, oltre che a spostare l’attenzione e le risorse dalla questione.

Prima della pandemia, queste aspettative di cambiamento erano evidenti anche nel settore umanitario, spesso considerato come separato da quello ambientale. A causa delle risorse a volte molto scarse delle organizzazioni umanitarie, le questioni ambientali vengono spesso messe da parte, visto che le necessità di fornire cibo e rifugio adeguati hanno la precedenza. Tuttavia, c’è un crescente riconoscimento del fatto che le organizzazioni umanitarie debbano ridurre gli impatti ambientali delle loro operazioni.

Impatti ambientali delle attività umanitarie

L’azione umanitaria comprende una vasta gamma di attività, molte delle quali comportano sfavorevoli impatti ambientali. Una preoccupazione fondamentale del lavoro umanitario deriva dall’utilizzo dell’energia, in particolare di combustibili fossili che emettono carbonio. L’energia è fondamentale per le attività umanitarie ed è necessario in molti casi che il combustibile possa essere utilizzato facilmente e rapidamente. Molti campi per rifugiati si trovano in posizioni remote, comportando un consumo significativo di combustibili da parte delle agenzie umanitarie per trasportare staff, attrezzature e rifornimenti, mentre le operazioni sono spesso dipendenti da generatori di elettricità in-situ per alimentare le strutture essenziali. Il diesel è ampiamente utilizzato per queste ragioni, con considerevoli emissioni di carbonio.

Un’altra preoccupazione associata alle attività umanitarie è quella dei rifiuti generati dai materiali utilizzati per confezionare prodotti come cibo e medicinali. Sono necessari imballi resistenti, spesso di plastica, viste le lunghe distanze e le diverse temperature che devono percorrere. Tuttavia, una volta che i prodotti vengono spacchettati, i materiali degli imballi possono immediatamente diventare inquinanti che spesso si accumulano in ambienti locali, in particolare in zone senza adeguati sistemi di smaltimento rifiuti.

C’è una crescente preoccupazione sul fatto che le operazioni umanitarie possano portare al degrado ambientale. Un esempio di ciò è dato dall’impatto dell’insediamento ed espansione dei campi rifugiati a Cox’s Bazar, in Bangladesh, che ha portato al degrado ambientale sia negli insediamenti dei rifugiati sia nella regione circostante. L’espansione di campi preesistenti e la costruzione di nuove strutture ha causato la perdita di più di 2000 ettari di foreste nella regione di Cox’s Bazar, bloccando la rotta migratoria degli elefanti asiatici. Questo cambio di uso del suolo ha aumentato il rischio di smottamenti nella regione, e ha causato tensioni con le comunità locali che dipendono dalle foreste.

Rifiuti plastici nell’impianto di riciclo nel campo rifugiati di Dabaab (Credit: Thomson Reuters Foundation/Nita Bhalla).

Azioni intraprese

In risposta a ciò, ci sono state molteplici azioni e iniziative e sono stati fatti crescenti sforzi per colmare il divario tra attori umanitari e ambientali. Questo è particolarmente dimostrato dal Environmental and Humanitarian Actors Network (EHA), creato per permettere la condivisione di linee guida e pratiche volte a mitigare l’impatto ambientale delle operazioni umanitarie.

Con l’espansione di tali risorse, alcune organizzazioni umanitarie hanno fatto sforzi per rendere le loro operazioni piu’ sostenibili. La Croce Rossa, per esempio, si è considerevolmente impegnata tramite attività come l’aumento dell’utilizzo di energia rinnovabile, oltre a tagliare il budget di viaggi per poter ampliare le strutture di video conferenza.

Le agenzie umanitarie stanno inoltre elaborando soluzioni innovative per ridurre i rifiuti e aumentare il riciclo. Le organizzazioni responsabili della consegna di cibo, come il WFP, hanno sviluppato metodi per conservare i loro prodotti e allo stesso tempo ridurre i rifiuti e ridurre i costi dei trasporti. Le organizzazioni umanitarie collaborano anche con i rifugiati per risolvere la questione dei rifiuti plastici generati nei campi di accoglienza. Per esempio, la Kenya Red Cross Society ha creato un progetto di riciclo nel campo rifugiati di Dadaab in Kenya, con l’obiettivo di riciclare i rifiuti plastici generati in loco fornendo inoltre una fonte di guadagno ai rifugiati.

Un modo significativo per ridurre l’impatto ambientale delle operazioni delle agenzie umanitarie è l’utilizzo di energie rinnovabili, che possono portare a grandi riduzioni nelle emissioni di carbonio, oltre a significativi risparmi economici. Alcune forme di energie rinnovabili sono già in uso, per esempio, nei campi rifugiati in Giordania, come  Zaatari e Azraq, nei quali sono utilizzati dei pannelli solari che forniscono una fonte sostenibile di energia per decine di migliaia di rifugiati siriani che vivono nei campi.

Considerazioni finali

Le organizzazioni umanitarie svolgono un lavoro fondamentale, spesso in circostanze estreme. Di conseguenza, si dà meno precedenza alle considerazioni ambientali rispetto ad altre necessità essenziali. Tuttavia, poiché gli impatti delle attività umane sull’ambiente stanno diventando più evidenti, diventa sempre più importante la necessità di ridurre l’impatto ambientale delle operazioni umanitarie. Nonostante diverse organizzazioni stiano facendo molti passi in questa direzione, è necessario che altri le seguano. Queste misure possono non solo migliorare i livelli di sostenibilità ambientale, ma possono anche portare benefici sociali ed economici.

MOAS si sta impegnando molto per adottare uno stile sostenibile dove ce ne sia la possibilità. In Bangladesh, in risposta al COVID-19 stiamo producendo mascherine riutilizzabili per prevenire i rifiuti generati da quelle monouso e procuriamo tutto il materiale necessario a livello locale, per evitare le emissioni connesse alle importazioni dall’estero. Gli uffici di MOAS utilizzano inoltre energia solare e, quando possibile, abbiamo sostituito gli eventi in persona con quelli online per ridurre il nostro impatto sull’ambiente.

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