Perché siamo fuggiti: conflitti

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Amena e la sua famiglia sono state costrette ad abbandonare la Siria dopo che la loro casa ad Aleppo è stata distrutta in un bombardamento


A Marzo MOAS pubblicherà una serie di post per analizzare le cause che spingono le persone ad abbandonare il proprio paese. Analizzeremo una serie di fattori, alcuni dei quali riguardano le persone che salviamo e altri che invece svolgono un ruolo centrale nelle migrazioni di massa in senso più ampio. In questa prima uscita ci concentreremo sui conflitti, uno dei fattori primari, analizzando le regioni dove si protraggono da tempo e ascoltando il contributo di una esperta in materia, Lucy Hovil, che parlerà del suo lavoro sugli effetti dei conflitti in Centro Africa.

‘Nessuno lascia casa sua a meno che casa sua non siano le mandibole di uno squalo’, Warsan Shire

Quando parliamo di conflitti, cosa ci viene in mente? Armi di guerra, dichiarazioni e slogan politici o bollettini giornalieri dalle zone dei combattimenti? I conflitti esistono praticamente da quando esistono gli esseri umani: possono scoppiare fra nazioni o gruppi ben precisi, possono riguardare una porzione di terra o di mare o risorse naturali o ancora economie in competizione fra loro. Le cause sono molte e gli effetti ampiamente discussi. Organizzazioni internazionali come NATO o Nazioni Unite sono state create proprio per prevenire conflitti e mantenere la pace.

Nell’ultimo secolo tipologia e durata dei conflitti sono cambiate. Le guerre su larga scala fra nazioni sono state per lo più sostituite dalla violenza interna. In tre anni -dal 1989 al 1992- solamente 3 su 82 conflitti registrati sono avvenuti fra nazioni rivali. Nei 14 anni dopo la Guerra Fredda l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI) ha registrato circa 60 conflitti armati di maggior rilievo in 48 paesi e nella maggior parte dei casi si trattava di ostilità interne in paesi in via di sviluppo. Oggi le cause dei conflitti sono complesse e la popolazione civile ne è la principale vittima.

I conflitti come cause delle migrazioni forzate

I conflitti sono uno dei fattori principali dello sfollamento forzato, mentre tensioni etniche, estremismi ed instabilità politica sono solo alcuni esempi di situazioni che possono causare conflitti che troppo spesso evolvono in guerre civili lunghe e violente durante cui i civili diventano veri e propri bersagli. In molti abbandonano la propria casa per andare in regioni lontane dal conflitto o sono costretti a varcare la frontiera di un paese confinante.

La Siria e il conflitto interno

Si stima che la guerra civile siriana abbia costretto circa 11 milioni di siriani a fuggire dopo che i territori della Siria occidentale si erano trasformati in un campo di battaglia dove movimenti fondamentalisti, fra cui lo Stato Islamico, forze armate fedeli al regime e Esercito Siriano Libero si combattevano a vicenda. Ma al centro del conflitto ci sono milioni di uomini, donne e bambini che rimangono senza assistenza sanitaria, istruzione, generi alimentari e acqua potabile. Brevi tregue fra i combattenti ribelli e il regime di Bashar Al Assad hanno permesso alle organizzazioni umanitarie di portare aiuti ai civili nelle città di Homs e Aleppo o ancora nella vicina città di Raqqa, che si trova fuori dall’area dei combattimenti. Sebbene il regime di Assad, che ha il sostegno del governo russo, sia riuscito a estromettere i ribelli dalle zone chiave fra cui Aleppo, la costante minaccia dello Stato Islamico, la paura di rappresaglie e i problemi nell’assicurare un cessate il fuoco duraturo fra le varie fazioni rendono impossibile prevedere la fine di questa guerra civile.

Fra gli sfollati di guerra, secondo stime dell’UNHCR 6.3 milioni sono sfollati interni mentre 4.8 milioni di persone sono andate in Turchia, Giordania, Libano, Egitto e Iraq. Le condizioni di vita in questi paesi di primo asilo possono essere terribilmente dure e spesso i rifugiati hanno difficoltà a trovare una fonte di sostentamento o accedere al sistema scolastico, ai servizi di collocamento e all’assistenza sanitaria. In Libano, ad esempio, il 70% dei rifugiati siriani vive al di sotto della soglia di povertà. Condizioni così dure hanno contribuito agli ulteriori spostamenti verso l’Europa visto che queste persone sono alla ricerca di un futuro per se stesse e per i propri figli. Tuttavia, attualmente circa 1 milione di rifugiati siriani ha cercato protezione in Europa, pertanto solo il 10% dei siriani sfollati vive in Europa.

Questa alternanza di conflitti, sfollamento e ulteriori spostamenti per cui i rifugiati sono accolti nei paesi confinanti, ma privati della possibilità di soddisfare le esigenze di base, è evidente in varie regioni del mondo. Il susseguirsi di conflitti e sfollamento è particolarmente frequente in Africa Centrale dove i conflitti continuano a ripercuotersi su nuove generazioni di sfollati.

Africa Centrale

Il continente africano è dilaniato da violenze irrisolte e ferite mai rimarginate dovute a tensioni etniche, instabilità politiche, colpi di stato -falliti o meno- che hanno spinto le persone a lasciare la propria casa. Il principale è il genocidio del Ruanda del 1994 in cui la pulizia etnica ha causato la morte di 800.000 persone, per lo più uomini, donne e bambini di etnia Tutsi e ha costretto circa 2 milioni di persone, principalmente di etnia Hutu, a riparare in campi di fortuna in Congo. Il genocidio in Ruanda può essere considerato un evento di riferimento in Africa, ma in realtà fa parte di una più ampia regione di perenni tensioni fra fazioni in guerra, stati appena nati e clientelismo politico. La Regione dei Grandi Laghi in Africa ha vissuto un’ondata di sfollati interni provenienti da stati quali Burundi, Sudan e Sud Sudan che si sono riversati in paesi confinanti quali Tanzania, Uganda e lungo le regioni settentrionali del Sud Sudan

Lucy Hovil, esperta in materia, ha fatto delle ricerche sulle esperienze di rifugiati e sfollati in quest’area geografica, evidenziando che relegare gli sfollati ai margini della nazione che li ospita ha il solo risultato di alimentare il ciclo della violenza. MOAS recentemente l’ha intervistata per discutere del suo lavoro e di quanto emerso sul legame fra conflitti e sfollamento.

“Il mio lavoro si è svolto principalmente nella Regione africana dei Grandi Laghi, nota per le violenze che l’hanno caratterizzata. Ad eccezione della Tanzania, dopo l’indipendenza sono partiti rifugiati e/o sfollati interni da tutti i paesi dell’area. E’ importante però ricordare che a loro volta hanno ospitato decine, se non centinaia, di migliaia di rifugiati.

Per dare la giusta prospettiva storica, oltre alla violenza post-coloniale scoppiata in molti di questi paesi, un momento cruciale è stato senza dubbio il genocidio ruandese del 1994 con le drammatiche ripercussioni che ha avuto allora in termini di conflitti e sfollamento su larga scala […] e che continuano ancora oggi.

Nonostante si sia riusciti a mantenere o ripristinare la stabilità in gran parte dell’area, c’è un conflitto ancora in corso nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, una guerra in Sud Sudan dal Dicembre 2013 e una crescente crisi politica nel Burundi che da sola ha provocato circa 300.000 sfollati. Queste crisi dimostrano la persistente vulnerabilità di quest’area da cui dipendono centinaia di migliaia di persone sfollate per decenni e prive di una soluzione a breve termine. Queste si aggiungono a chi è diventato sfollato o ri-sfollato di recente. In definitiva sembra molto difficile rompere il cerchio della violenza”

“Solo se si creano le condizioni per sviluppare un senso di appartenenza potrà prosperare la pace”.

“L’idea centrale del nostro lavoro è che laddove gruppi o singoli vengono esclusi, il ciclo della violenza continua. Per questo, l’antidoto -anche se la situazione è ben più complessa- è l’inclusione che aumenta gli spazi per l’appartenenza, facendoli diventare un fattore determinante per la creazione di una pace sostenibile nel lungo periodo. In questa equazione i rifugiati sono la prova del nove: la loro presenza è la prova evidente dei fallimenti dell’inclusione che non solo generano sfollamento, ma mantengono e peggiorano le condizioni dell’esilio.

Uno dei risultati principali delle nostre ricerche dimostra che i rifugiati cercano in ogni modo di metter fine alla loro marginalizzazione, ma le politiche che si occupano di rifugiati e cittadinanza continuano a marginalizzare le persone. Esempi di quanto detto sono le politiche che relegano i rifugiati in accampamenti dove vengono tenuti in condizioni di isolamento rispetto alla comunità che li ospita e che sono diventate la prassi ormai da decenni. In questo contesto i rifugiati in esilio sono marginalizzati ed esclusi […]. A ciò si aggiunge il fallimento nel trovare soluzioni adeguate al problema dell’esilio che mantiene le persone in una situazione di incertezza e incapacità a rifarsi una vita mentre non possono rientrare nel proprio paese a causa del conflitto in corso”.

Per ascoltare l’intervista completa in inglese con Lucy Hovil e conoscere meglio le condizioni di vita nei campi profughi o esempi di integrazione riuscita, clicca qui.

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