La situazione umanitaria in Libia

Tutte le persone che salviamo durante la nostra missione nel Mediterraneo Centrale partono dalla Libia dove gli abusi, le violenze e lo sfruttamento sono prassi comune per migranti e rifugiati ed emergono dalle loro storie. Durante la nostra ultima missione, l’equipaggio MOAS ha constatato le conseguenze di questa drammatica situazione che emerge dal crescente numero di traumi fisici e psicologici riscontrati. Di seguito riporteremo le attuali condizioni in cui versano migranti e rifugiati nel paese e condivideremo alcuni casi di studio di persone che sono state assistite da MOAS.

Dalla caduta di Gheddafi nel 2011 la Libia ha vissuto una lunga fase di instabilità politica e conflitti fra governi rivali e fazioni che con le armi tentano di ottenere il controllo sul territorio e le sue risorse. Dalla sua formazione nel 2015, il governo di unità nazionale sostenuto dalle Nazioni Unite non è riuscito a ristabilire il controllo sul paese a causa degli scontri fra governi rivali e milizie armate. Come conseguenza della continua instabilità, la popolazione civile ha accesso limitato a assistenza sanitaria, elettricità e carburante.

L’Organizzazione Internazionele per le Migrazioni (OIM) stima che attualmente in Libia si trovano fra 700,000 e 1 milione di migranti, per lo più provenienti da Egitto, Niger, Sudan, Nigeria, Bangladesh, Siria e Mali. Molti di loro hanno vissuto per anni in Libia dove lavoravano prima che divampasse il conflitto. L’UNHCR calcola che attualmente nel paese ci sarebbero anche circa 100,000 rifugiati e richiedenti asilo Il persistere dell’instabilità ha fatto proliferare le reti dei trafficanti di esseri umani e reso La Libia il principale paese di transito nonché il punto di partenza per la rotta migratoria via mare verso l’Europa. Sempre secondo stime dell’UNHCR, nel 2016 il 90% degli arrivi irregolari via mare sulle coste italiane è giunto dalla Libia.

La situazione assolutamente fuori controllo ha creato le condizioni per lo sfruttamento in massa dei migranti e dei richiedenti asilo. L’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani (OHCHR), nella sua relazione sulle condizioni dei migranti in Libia del 2016, ha parlato di “crisi dei diritti umani”, rilevando abusi fra cui detenzione, lavori forzati e violenza sessuale.

Detenzione

Human Rights Watch ha riscontrato che in Libia molti migranti sono vittima di arresti e detenzioni arbitrarie in assenza di processo o supporto legale. Migliaia di persone sono detenute in centri gestiti dal Libyan Directorate for Combating Irregular Migration (DCIM), mentre milizie e trafficanti controllano altri centri di detenzione non ufficiali. Durante un sopralluogo nel 2016, MOAS ha visitato un centro autorizzato dal DCIM che però non riceveva finanziamenti. I direttori del centro hanno evidenziato come la mancanza di fondi rendesse difficile la messa in sicurezza del centro che spesso è stato oggetto di attacchi da parte dei trafficanti. Centinaia di persone erano state portate via da lì e il loro destino rimane ignoto.

Al di là del problema legato alla sicurezza, i centri di detenzione in Libia sono estremamente sovraffollati e hanno limitato accesso a generi alimentari, acqua potabile e servizi igienici. La relazione del 2016 dell’OHCHR ha messo in evidenza che strutture inadeguate, fra cui magazzini, vengono spesso convertite in centri di detenzione, mentre una giovane donna proveniente dalla Nigeria e tratta in salvo da MOAS ha trascorso oltre un anno e mezzo in una prigione sotterranea. Questo tipo di condizioni si traduce in infezioni del tratto respiratorio e diarrea acuta. Inoltre, i detenuti sono vittime di ripetute percosse ed estorsioni da parte delle guardie carcerarie. Un 17enne salvato dagli equipaggi MOAS ha raccontato di essere stato costretto a lottare contro altri detenuti per avere del cibo.

Lavori forzati

Molte delle persone salvate hanno dichiarato di essere state costrette a lavorare senza percepire stipendio, spesso come domestici, nel settore agricolo o edile, o ancora raccogliendo rifiuti. A volte sono costretti a lavorare per poter uscire di prigione, altre volte devono aspettare che qualcuno paghi loro il riscatto. I lavori forzati possono essere insostenibilmente lunghi: un giovane sudanese ha raccontato di essere stato catturato da una milizia e costretto a pensati lavori edili per due anni prima di poter finalmente scappare.    

Violenza sessuale

Donne e ragazze in transito dalla Libia sono vittime di ripetuti abusi sessuali che l’OHCHR ha definito “estremamente violenti: donne e ragazze sono spesso vittime di stupri in Libia, soprattutto quando si trovano nei “centri di smistamento” e durante gli spostamenti gestiti dai trafficanti. Molte delle donne e delle ragazze assistite da MOAS sono sopravvissute ad abusi e traffici di esseri umani, in un post recente abbiamo raccontato proprio le loro storie. Questo genere di violenze colpiscono anche uomini e ragazzi, come riportato dall’OHCHR che ha documentato casi di sfruttamento e stupro fra i rifugiati e i migranti di sesso maschile.

Alla luce di condizioni così catastrofiche e del bilancio dei morti senza precedenti del 2016, MOAS chiede la creazione di vie legali e sicure tramite l’apertura di corridoi umanitari. MOAS, in qualità di organizzazione umanitaria, è convinta che il rispetto dei diritti umani, della sicurezza e della dignità delle persone devono essere al centro di qualsiasi strategia volta a regolarizzare gli attuali flussi migratori e a metter fine al traffico di esseri umani e al loro sfruttamento

Approfondimento: la comunità siriana in Libia

Nel settembre 2016 MOAS ha fatto un sopralluogo in Libia incontrando membri della comunità siriana nel paese. Anche se l’UNHCR conta circa 27 mila rifugiati siriani registrati in Libia, il Consiglio Nazionale Siriano stima in realtà siano quasi 100 mila.

MOAS ha potuto constatare che la comunità siriana è particolarmente esposta a rapimenti ed estorsioni perché si pensa che i suoi membri siano più ricchi di altri migranti presenti nel paese. I capifamiglia hanno raccontato di essere stati rapiti più volte in un solo anno, mentre molte famiglie hanno affermato di non poter accedere al sistema scolastico o sanitario. Oltre alla continua minaccia di rapimenti, la mancanza di un futuro certo per i propri figli ha costretto molte famiglie a tentare la pericolosa traversata via mare per arrivare in Europa.

Ahmed, un siriano di 67 anni che ha vissuto in Libia per oltre 20 anni, è stato rapito per due mesi prima che i ricercatori MOAS lo incontrassero dopo aver subìto un furto d’auto ed essere stato prelevato da una strada trafficata di Tripoli. Per giorni è stato sottoposto a violenti percosse fin quando i suoi rapitori non sono stati certi che non avesse alcun familiare in grado di pagare il riscatto per il suo rilascio. Gli hanno sottratto l’auto e tutto il denaro che aveva con sé prima di liberarlo. Ci sono volute molte settimane perché si riprendesse dalle ferite riportate.

Saleh e la sua famiglia avevano vissuto in Libia per 7 anni e gestivano un ristorante ben avviato prima che la situazione degenerasse, mettendo a repentaglio la loro sicurezza. Quando, nel Settembre 2016, l’equipaggio MOAS li ha tratti in salvo da un gommone sovraffollato, ci ha raccontato che, per paura che sua moglie e i suoi figli venissero rapiti, non sono usciti di casa per oltre 8 mesi.

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