Storie dalle Aid Station

Le MOAS Aid Station di Shamlapur e Unchiprang si prendono cura di bambini, donne e uomini di tutte le età, che arrivano da noi con una grande varietà di malattie ed esperienze diverse. Ogni mese condividiamo le storie di alcuni dei pazienti che abbiamo assistito alle Aid Station e del personale MOAS che li ha visitati.

 

1) JanaharaJahanara, una rifugiata Rohingya, è venuta con il suo bimbo alla Aid Station di Unchiprang.

“Noi siamo di Bolipara, in Myanmar, e siamo arrivati qui a settembre. I militari hanno attaccato il villaggio accanto al nostro e sapevamo che il nostro sarebbe stato il prossimo. Abbiamo lasciato le nostre case e iniziato il viaggio verso il Bangladesh. È stato frenetico e brutale; durante il viaggio sono morte molte persone anziane e neonati.

Nell’accampamento abbiamo da fare tutto il giorno per raccogliere l’acqua, la legna per il fuoco e le razioni di cibo, fra le altre cose. I rifugi in cui viviamo sono molto squallidi e i bambini piccoli si ammalano facilmente. Ma almeno qui non abbiamo paura di morire, come prima.

Ho tre figli, il maggiore ha sette anni. Vorrei poter assicurare ai miei figli una buona alimentazione ed istruzione.”

 

2) FatemaFatema, Capo Infermiera MOAS, ci racconta cos’hanno di speciale le MOAS Aid Station e come si sente a far parte della nostra squadra.

“Alle Aid Station offriamo cure e servizi che non sono disponibili altrove. Quindi i pazienti vengono da noi con la speranza di farsi curare malattie per cui è generalmente difficile trovare assistenza medica.

Sono contenta di contribuire a questo sforzo umanitario per alleviare dolori e sofferenze. Come infermiera, penso sia mio dovere e mia responsabilità curare chi ne ha bisogno. I Rohingya hanno già sofferto troppo e hanno disperatamente bisogno di attenzioni mediche. Sono orgogliosa di poter fare la mia parte per questa gente.”

 

3) ShohagShohag, Assistente Medico di MOAS, spiega perché ha deciso di unirsi a noi.

“Mi piace molto il lavoro che faccio; sono contento di prendermi cura di queste persone che ne hanno tanto bisogno. Quando i pazienti arrivano per le visite di seguimento e mi dicono che sono guariti grazie a noi, mi sento orgoglioso di far parte di questa squadra.

Credo che il lavoro sia una scelta. Ho scelto di lavorare qui perché volevo essere d’aiuto a chi ne ha bisogno. Quando ho visto la gente soffrire, immediatamente ho iniziato a cercare un modo per aiutarla ed è così che ho trovato MOAS. Ora faccio parte di un team fantastico e sono impegnato per una causa importante.”

 

4) ShafikaShafika ha portato sua figlia Fatima, di due anni, alla Aid Station di Shamlapur perché aveva la tosse e la febbre, non mangiava, e vomitava continuamente.

Shafika racconta: “Quando sono esplose le violenze, mio marito era uscito a pescare. Ho preso i miei due figli e tutto quello che ho potuto, e sono scappata. Due settimane fa, ci siamo finalmente riuniti con mio marito. Prima di venire in Bangladesh, lui è tornato indietro sul luogo dove prima c’era la nostra casa, ma ha trovato solo rovine in fiamme.

Qui a Shamlapur viviamo in un rifugio improvvisato. Per questo mia figlia continua ad ammalarsi. Ma siamo fortunati perché possiamo venire qui alla Aid Station per consulenze e medicine gratuite. La dottoressa ha visitato Fatima molto attentamente e ha detto che possiamo tornare fra un paio di giorni, se la sua salute non migliora.”
5) DoinnobiDoinnobi, appartenente alla comunità locale dei Chakma, è venuta alla Aid Station di Shamlapur dopo essersi ferita ad una mano.

“Mi chiamo Doinnobi e ho 55 anni. Vengo da Monkhali, vicino Shamlapur. Nella mia famiglia ci sono 6 persone: vivo con mio marito, mio figlio, mia nuora e due nipoti.

Mentre lavoravo in casa, mi sono strappata l’unghia del pollice della mano sinistra, che ha iniziato a sanguinare. La notte dopo, la ferita era molto più dolorosa. Ora sono qui per farmi curare. Mi hanno bendato la ferita, dato medicine e consigliato di tornare fra tre giorni.
Nella comunità Chakma siamo in maggior parte dipendenti dall’agricoltura. Coltiviamo banane e altre piantagioni. È una vita difficile: ci guadagniamo la vita con i lavori di fatica. Le nostre donne lavorano nei campi, fianco a fianco con gli uomini. Fino a due anni fa, anch’io andavo ad aiutare mio figlio al campo, ma ora sono vecchia e non posso più lavorare sotto il sole.

Il giorno più felice della mia vita è stato quello in cui è nato il mio primo nipote. Ora ha 8 anni e va a scuola. Ha anche un fratellino piccolo. Vorrei che i miei nipoti avessero l’opportunità di ricevere una buona istruzione e di vivere le loro vita con onore e dignità.

 

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