Storie dalle Aid Station

Le MOAS Aid Station di Shamlapur e Unchiprang assistono bambini, donne e uomini di tutte le età, che arrivano da noi con una grande varietà di malattie ed esperienze diverse. Ogni mese vi raccontiamo le storie di alcune delle persone che abbiamo incontrato.

 

 MarwanMarwan è un ragazzo Rohingya che non ama il Barcellona, ma adora Lionel Messi.

“Mi chiamo Marwan e ho 7 anni. Vengo da Buthidaung, in Myanmar. Abbiamo dovuto lasciare il villaggio perché i militari ci hanno dato fuoco alla casa e stavano sparando ai nostri vicini. Siamo arrivati a piedi fino al mare, e poi siamo saliti con tante altre persone su una piccola barca e abbiamo attraversato la frontiera con il Bangladesh. Ci abbiamo messo più o meno due ore per attraversare e non c’era spazio per muoversi.

Ora sono qui con mia mamma e mio papà. Ho anche tre fratelli e una sorella. Mi piace leggere in birmano e mi piace tanto la matematica. Ho una ventina di amici con cui amo giocare a calcio. Io tifo Real Madrid, ma il mio giocatore preferito è Lionel Messi; lui gioca per il Barcellona, ma la sua squadra non mi piace. Vorrei tanto avere un pallone da calcio, ma i miei genitori non hanno i soldi per comprarmelo.”

 

1) Mohammed and FaouziaMohammad e Faouzia sono fuggiti insieme dal Myanmar.

“Mi chiamo Mohammad e ho 58 anni. Mia mogli Faouzia ne ha 55. Abbiamo 8 figli: il maggiore ha 38 anni e il minore ne ha 12. Vivevamo a Maungdaw, in Myanmar. Facevo il pescatore, avevo una mia impresa: avevo otto barche, quattro macchine e un grande negozio nel mercato centrale.

Quando sono iniziate le violenze, i militari birmani ci hanno sparato e hanno dato fuoco alla nostra casa, quindi siamo stati costretti a fuggire. Siamo scappati verso la costa per imbarcarci per il Bangladesh, ma abbiamo dovuto aspettare lì quattro giorni senza mangiare. Avevamo molta paura che la nostra imbarcazione potesse affondare, perché avevamo sentito dire che il giorno prima si era ribaltata una barca piena di gente.

Ora parlano di rimpatri. Noi torneremo in Myanmar solo se verremo riconosciuti come Rohingya e se ci verranno accordati gli stessi diritti di cui godono tutti i cittadini birmani. Io e Faouzia siamo sposati da così tanto tempo e ne abbiamo passate così tante insieme che sappiamo di poter gestire qualsiasi problema. Qualsiasi cosa accada, la affronteremo insieme.”

 

Ikram, 59 anni, è un rifugiato Rohingya proveniente da Maungdaw, in Myanmar.2) Ikram

“Ho la febbre e la tosse da quasi una settimana. Stanotte non riuscivo a respirare, sono stato sveglio tutta la notte. Ora sono qui alla Aid Station per farmi visitare dal dottore.

Vivo nel campo profughi di Shamlapur con mia moglie, i nostri due figli e una nuora. Il mio villaggio era vicino a Maungdaw, in Myanmar. Come quasi tutti gli uomini del villaggio, facevo il pescatore. Quando sono iniziate le violenze, è successo tutto così velocemente che non abbiamo avuto tempo di prepararci al viaggio. Alla mia età… diverse volte ho pensato che sarei morto, quel giorno. Ma siamo riusciti a restare insieme e ad arrivare in Bangladesh.

Ora passiamo tutto il giorno in cerca di cibo e provviste. La vita è dura nei campi profughi, ma siamo felici di essere qui, al sicuro. Cosa posso dire del futuro? Noi abbiamo vissuto quasi sempre nella paura costante. Quel che desidero è che i miei nipoti non debbano mai conoscere questa paura.”

 

3) AbdelrahimAbdelrahim, 75 anni, è arrivato in Bangladesh quattro mesi fa.

“Vivevo a Bolibazar, in Myanmar, con mia moglie e quattro figli adulti, ognuno con una famiglia propria. Eravamo agricoltori: coltivavamo riso e verdure nei campi. Avevamo un terreno e 24 mucche.

Ma nella fuga dal Myanmar abbiamo perso tutto. Quando sono arrivati i militari siamo dovuti scappare, ci siamo lasciati indietro tutto quel che avevamo. Quando ci hanno fermati al checkpoint, ci hanno tolto i risparmi di una vita. Ci hanno strappato anche i documenti. Il viaggio è stato molto duro, soprattutto per noi che siamo più anziani. Siamo arrivati qui dopo 14 giorni in viaggio, dopo aver attraversato acqua e giungla. Adesso siamo al sicuro in Bangladesh, ma la nostra famiglia è sparsa in campi diversi.

Ora soffro di mal di schiena e respiro a fatica. Oggi sono venuto qui per farmi visitare. Il dottore mi ha prescritto delle medicine che devo prendere per i prossimi cinque giorni. Si sono presi ottima cura di me, qui alla Aid Station.”

 

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