Protezione dei rifugiati: cosa è andato storto e cosa si può fare meglio.

Segni dei tempi

La scorsa settimana non è stata facile per i rifugiati.

Lunedì 20 settembre le autorità greche hanno iniziato a spostare i richiedenti asilo sull’isola di Samos da un vecchio e squallido campo a una nuova struttura finanziata dalla UE, denominata “closed controlled access centre’”. Mentre la Grecia insiste nell’affermare che le condizioni nel nuovo centro siano migliori rispetto al vecchio campo, i gruppi in difesa dei diritti umani hanno sollevato molte preoccupazioni sulla natura detentiva della nuova struttura e l’impatto negativo che avrà sulla salute mentale dei suoi residenti.

Martedì 21 settembre i media hanno riportato che quattro rifugiati, probabilmente Iracheni, sono morti dopo essere rimasti bloccati al confine tra Bielorussia e Polonia, con entrambi i Paesi che rifiutavano di accettarli o di fornire loro assistenza. Nella stessa giornata, sono state diffuse immagini di rifugiati frustati da guardie di frontiera a cavallo nella frontiera meridionale degli Stati Uniti, , mentre l’amministrazione Biden ha lanciato un’operazione di espulsione di massa per i richiedenti asilo provenienti da Haiti.

Mercoledì 22 settembre abbiamo appreso che un certo numero di rifugiati eritrei in Egitto era stato arrestato, picchiato e incarcerato per anni senza accesso ai servizi di protezione garantiti dall’UNHCR, rischiando di essere forzatamente riportato nel proprio paese di origine, dove avrebbe rischiato di subire ulteriori abusi  da parte del governo autoritario.

Nel corso della settimana sono emerse con chiarezza le strategie adottate dagli Stati per ostacolare l’arrivo di Afgani in fuga dai Talebani: chiusura delle frontiere in Pakistan, minacce di deportazione in Iran, costruzione di un nuovo muro come frontiera orientale in Turchia e la militarizzazione della frontiera greca, che include la costruzione di torrette di guardia e centri di detenzione, insieme al dispiegamento di telecamere termiche, agenti di polizia, forze militari, droni e un dirigibile di sorveglianza.

Un attimo di speranza

Non sarebbe dovuta andare così. Cinque anni fa, in seguito in Europa di rifugiati dal Medio Oriente, dall’Africa e dall’Asia, la comunità internazionale decise di affrontare il fenomeno migratorio in modo più efficace ed equo.  Si tenne un incontro al vertice che si concluse con una dichiarazione presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York.

Fu istituito un “quadro di risposta globale ai rifugiati” o CRRF (Comprehensive Refugee Response Framework – ndt ) per rendere operativi tali principi, mentre due anni dopo la maggioranza degli stati membri delle Nazioni Unite approvò sia il Global Compact on Refugees (Patto Globale sui Rifugiati) sia il  Global Compact on Migration (Patto Globale sulla Migrazione), entrambi intesi a migliorare la protezione e il benessere delle persone migranti e consentire agli Stati di affrontare la questione dei movimenti transfrontalieri in maniera coerente.

Alla fine del 2019 più di 2.000 rappresentanti di Stati, agenzie delle Nazioni Unite, ONG e organizzazioni della società civile, si riunirono a Ginevra per assumere impegni specifici in relazione all’azione che avrebbero intrapreso per realizzare gli obiettivi del Global Compact sui Rifugiati.

L’UNHCR, che aveva giocato un ruolo centrale in questo susseguirsi di eventi tra il 2015 e il 2019, espresse un grande ottimismo rispetto agli obiettivi. Il Global Compact  e il CRRF costituivano “una svolta”, “un cambiamento di paradigma”, “una pietra miliare per la solidarietà globale e per la protezione dei rifugiati” e addirittura “un piccolo miracolo”. E in merito al Global Refugee Forum si disse che era “un’opportunità unica per definire gli elementi necessari ad accelerare la nostra trasformazione di risposta globale ai flussi di rifugiati”.

Ma, come hanno dimostrato gli eventi della scorsa settimana, tutte queste speranze e aspettative non si sono realizzate. Ben lungi dal testimoniare un rafforzamento della solidarietà globale, l’evidenza suggerisce che la risposta della comunità internazionale la questione relativa ai rifugiati si è in realtà mossa in direzione opposta.

Tendenze negative

Per spiegare questo dilemma bisogna prendere in considerazione diversi fattori.

Per prima cosa, negli ultimi cinque anni, la governance globale e la cooperazione internazionale si sono indebolite: una tendenza dimostrata assai chiaramente dall’incapacità del Consiglio delle Nazioni Unite di prevenire e far cessare conflitti armati, evitando che le persone siano costrette a lasciare la loro patria o permettendo loro di rientrare nei loro paesi d’origine.

In secondo luogo, la nozione stessa di “comunità internazionale” e di “Nazioni Unite” è stata messa in discussione dalla crescente influenza di Stati che rivelano ideologie nazionalistiche e politiche unilaterali, inclusi, tra gli altri, la Cina, l’Ungheria, l’India, la Russia, la Turchia e gli Stati Uniti sotto il presidente Trump. Non serve dire che tali governi hanno dimostrato scarso rispetto nei confronti delle leggi internazionali, dei principi umanitari e delle norme sulle quali si basa il regime internazionale di protezione dei rifugiati.

In terzo luogo, i Paesi del Nord del mondo hanno dato un pessimo esempio, esternalizzando le loro politiche in materia di immigrazione e asilo e adottando misure al di là dei propri confini per garantire che i rifugiati fossero confinati nei paesi meno sviluppati.

In quarto luogo, da quando è stato istituito il Global Compact dei Rifugiati, la comunità internazionale ha affrontato nuove sfide quali il cambiamento climatico, e la pandemia di COVID-19. A fronte di un incremento del numero di rifugiati a causa dei cambiamenti climatici, il COVID-19 ha, invece, spinto molti Stati a chiudere le frontiere ai rifugiati e ad altri cittadini stranieri, aggravando la situazione già precaria.

Infine, sebbene l’UNHCR abbia una speciale responsabilità nella protezione dei rifugiati a livello mondiale, non è riuscita a far fronte a queste profonde tendenze negative. L’organizzazione è fortemente dipendente dal sostegno finanziario e diplomatico degli Stati. È stata intimidita e cooptata da governi per i quali il benessere dei rifugiati non è una priorità. E ha posto un grado irrealistico di fiducia nel branding, nel marketing e nelle celebrità come mezzi per mantenere la sua influenza sulla comunità internazionale.

La strada da percorrere

Che cosa si può fare dunque di fronte a questa situazione così precaria? Non esistono risposte facili a questa domanda e non dovremmo essere affatto sorpresi se la situazione dei rifugiati nel mondo continuerà a deteriorarsi nei mesi e negli anni a venire.

Per evitare un esito così nefasto, chi opera in questo settore deve far si che quei politici che mantengono un impegno nei confronti dei principi umanitari e del diritto svolgano un ruolo di guida nel campo della protezione dei rifugiati.

Dobbiamo inoltre diffondere e valorizzare l’impegno di quei paesi che hanno dato un buon esempio al resto del mondo, sia che si tratti della politica di “porte aperte” perseguita dall’Uganda, del ruolo pionieristico del Canada in relazione al reinsediamento dei rifugiati sponsorizzato dalla comunità, o della recente decisione della Colombia di concedere il diritto di residenza ai rifugiati venezuelani.

Dobbiamo, inoltre, ricordare agli Stati gli obblighi che hanno liberamente assunto nei confronti dei rifugiati con l’obiettivo di affrontare i movimenti transfrontalieri delle persone in modo coerente, cooperativo ed equo.

Dobbiamo impegnarci e mobilitare il sostegno della più ampia rete possibile di persone che sono in grado di influenzare positivamente la vita dei rifugiati: membri della magistratura e assemblee legislative; organizzazioni religiose e membri della comunità imprenditoriale; accademici e artisti, nonché società civile e associazioni di volontariato.

Dopo la fine dell’amministrazione Trump, l’UNHCR ha assunto una posizione più assertiva in relazione alle politiche di asilo restrittive ed esternalizzate del “Nord Globale”, muovendo delle critiche al modo in cui paesi come l’Australia, il Regno Unito e gli Stati Uniti trattano i rifugiati. Dobbiamo applaudire questi interventi e incoraggiare l’organizzazione a continuare su questa strada.

Infine, e per concludere questa prognosi un po’ cupa con una nota positiva, dobbiamo garantire che le voci degli stessi rifugiati e il numero crescente di organizzazioni da essi istituite, siano in grado di svolgere un ruolo centrale nel discorso sull’asilo e la protezione. Per parafrasare ciò che hanno detto i rifugiati con crescente forza e chiarezza, non ci dovrebbero essere discussioni su di loro, senza di loro.

Jeff Crisp 

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Traduzione di Alessandra Sisti