Nuovo Rapporto Xchange Foundation: All’estero è difficile

Lo scorso mese Xchange ha pubblicato un nuovo rapporto dedicato alle testimonianze dei rifugiati Rohingya fuggiti dal Bangladesh verso la vicina Malesia. In questo blog ripercorreremo i risultati della ricerca: in che modo le persone sono riuscite a organizzare il viaggio, quali sfide hanno affrontato e quali sono le speranze che nutrono per il futuro. È possibile leggere il rapporto completo e guardare la video-intervista sul sito Xchange.

In primo luogo, il report ha esaminato le ragioni che hanno spinto i Rohingya a spostarsi in Malesia. I risultati hanno rilevato che vi erano una varietà di fattori a favore e contro nel prendere la decisione e che in alcuni casi la disinformazione sulla situazione in Malesia ha influenzato le decisioni delle persone. Ad esempio, un partecipante ha dichiarato:

“Ero a Teknaf per qualche motivo con un amico […] Ho avuto solo 2 ore per decidere se raggiungere la Malesia. Il mio amico mi ha detto che il governo malese stava offrendo delle agevolazioni per lo studio…così l’ho ascoltato. […] stava mentendo.”– Yusuf Ali*  

 

Molti dei fattori determinanti hanno tuttavia rispecchiato reali opportunità. Ad esempio, alcuni  partecipanti erano consapevoli del fatto che, nonostante la mancanza del riconoscimento dello status giuridico di rifugiato, l’attività dell’UNHCR in Malesia avrebbe dato loro maggiori possibilità di essere reinsediati e di poter ricominciare da capo in un paese terzo.

Una volta presa la decisione di recarsi in Malesia, il viaggio doveva essere pianificato. I risultati hanno mostrato un cambiamento nella modalità degli arrivi più recenti, dall’attraversamento in barca all’utilizzo di altri mezzi, ad esempio l’aereo, man mano che il viaggio attraverso il mare delle Andamane diventava sempre più rischioso. I partecipanti generalmente pagavano ingenti somme di denaro per fare la traversata e spesso raccontavano storie di abusi, abbandono ed estorsioni per mano dei trafficanti e degli smugglers. Hanno confessato che  alcuni di loro sono stati talvolta arrestati o sono morti durante la traversata.

“[…] un ragazzo di 18 anni ha perso la vita bevendo la propria urina. Era l’ultimo della fila e quando è arrivato il suo turno non c’era più acqua da bere.” – Md Rafik*

 

La vita in Malesia è stata descritta come difficile da tutte le persone coinvolte. Dal trovare lavoro nonostante le restrizioni legali al senso di isolamento insito nel lasciare la propria vecchia vita alle spalle, non abbiamo avuto alcuno stupore per il fatto che molti partecipanti si sentissero senza speranza e stessero persino pensando di tentare di tornare in Bangladesh. Tuttavia, le storie delle persone che abbiamo intervistato non sono state tutte negative, alcuni hanno testimoniato un’accoglienza positiva da parte della comunità locale.

“I malesi che lavorano con me sono gentili, mostrano amore e rispetto per i Rohingya, mentre altri come i Bengalesi vengono guardati dall’alto in basso.” – Md Rafik*

È stato rilevato un certo pessimismo per il futuro dei Rohingya sia in Bangladesh che altrove. Molti ritenevano che senza il riconoscimento della cittadinanza non sarebbe stato possibile alcun progresso sottolineando come la stagnazione degli ultimi anni sia la prova che non è possibile essere troppo fiduciosi. Per i partecipanti che sono stati intervistati, la principale priorità era quella di fare il possibile per garantire un futuro migliore ai loro figli in qualsiasi modo possibile.

“In questo momento, sto solo pensando al futuro di mia figlia. Come posso crescerla come gli altri. Come posso aiutarla a essere una persona istruita.” -Tasmina*

 

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* i nomi sono stati modificati.

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