La vita quotidiana dei Rohingya

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Iniziano ad adattarsi e costruirsi una nuova vita gli oltre 688.000 rifugiati Rohingya che vivono negli accampamenti e nei villaggi al confine con il Myanmar nella zona di Cox’s Bazar, in Bangladesh. Nonostante abbiano trovato riparo da violenze e persecuzioni da cui sono fuggiti in Myanmar, la vita dei rifugiati in Bangladesh non è affatto facile. Con forza e determinazione, queste nuove comunità stabiliscono reti e strutture sociali in una situazione di accesso interrotto o limitato ai servizi essenziali, di supporto familiare minimo o assente e di faticoso superamento di traumi fisici e psicologici. Nel frattempo, ONG locali ed internazionali sono impegnate a costruire le infrastrutture essenziali.

Il tempo è una risorsa preziosa in un contesto dove persino i compiti più semplici presentano sfide pratiche e logistiche. La popolazione è costituita al 60% da bambini e al 30% da donne, per cui i lavori di fatica ricadono spesso su donne e ragazzi adolescenti, mentre gli uomini del vicinato si mostrano solidali con la comunità nel suo insieme.

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Quel che accade quando arriva una nuova famiglia varia a seconda che entri in un campo profughi ufficiale, in un accampamento o in una comunità ospitante. Generalmente, le nuove famiglie hanno a disposizione bambù e teloni (forniti dalle ONG oppure comprati al mercato) con cui costruirsi un rifugio.

I rifugi nelle aree residenziali sono piccoli, spesso una sola stanza all’interno di una bassa struttura di bambù ricoperta di teloni, che vengono fissati con foglie di palma e mattonelle sul tetto. A causa del maltempo, gli accampamenti sono affetti da umidità e ristagni, per cui bisogna conservare la legna per il fuoco e cucinare all’interno dello stesso rifugio in cui si vive. Spesso gruppi di famiglie scelgono di convivere, in modo da spartirsi le responsabilità e utilizzare differenti rifugi per cucinare, intrattenere i bambini, dormire et cetera. La condivisione dei compiti permette di sfruttare al meglio gli spazi e le risorse limitate.

Solitamente i nuovi arrivati impiegano qualche settimana per esplorare la zona, scoprire quali organizzazioni sono attive sul territorio, segnarsi per visite mediche e aiuti alimentari, raccogliere contenitori per l’acqua, stoviglie per la cucina, lampade solari e via dicendo e iscrivere i bambini nelle scuole improvvisate.

Una volta raccolti i beni e localizzati i servizi a disposizione, ogni famiglia deve strutturare la propria vita quotidiana attorno alle distribuzioni settimanali di cibo, agli orari scolastici, ai programmi sanitari o di vaccinazione et cetera. Compiti giornalieri come la raccolta d’acqua e legna possono essere affidati ai membri più giovani della famiglia: si vedono spesso bambini che tengono il posto in fila alle fonti d’acqua potabile oppure raccolgono legna e quant’altro ai punti di distribuzione.

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Per cercare di favorire l’igiene negli accampamenti sovraffollati, le latrine sono localizzate in zone appartate rispetto ai rifugi con pozzi neri isolati, mentre le aree per lavarsi e pulire i vestiti sono collocate, per quanto possibile, accanto a fonti d’acqua corrente. Il rischio di malattie contagiose o trasmissibili per via idrica è molto alto. L’Inter Sector Coordination Group (ISCG) cerca di costruire gli accampamenti in modo da promuovere sanità, igiene e accesso all’acqua; questo significa però che le fontane, le latrine e le zone per lavarsi sono spesso molto distanti fra loro.

Lo svolgimento dei compiti essenziali può occupare gran parte della giornata e dunque gli accampamenti sono attivi anche di notte. Sono state distribuite torce e lampade solari per rendere meno pericolosi gli spostamenti notturni, dato che molti sentieri si sviluppano stretti accanto a fiumi o ripide discese. Le attività serali comprendono spesso faccende, come per esempio la raccolta d’acqua, che non si sono potute concludere di giorno per via del caldo o delle code d’attesa. Inoltre, la sera è un’opportunità per le famiglie che non vivono vicine di visitarsi e passare del tempo insieme.

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La rapidità con cui sono sorte queste comunità rappresenta sia una sfida logistica alle organizzazioni sul territorio per costruire infrastrutture che una sfida alle competenze sociali degli abitanti. La vita quotidiana fila più liscia in questo ambiente di grandi pressioni e poche risorse quando la collaborazione e la vita collettiva sono valorizzate e protette.

Di grande preoccupazione è il fatto che questo equilibrio già precario stia per essere messo alla prova dall’arrivo di cicloni e monsoni. Pioggia e vento renderanno incredibilmente difficili anche le attività più basiche, la sicurezza delle abitazioni sarà a rischio e l’accesso ad alcuni servizi diventerà difficile, se non impossibile. In queste settimane cruciali, organizzazioni e comunità stanno facendo tutto il possibile per prepararsi. MOAS sta raccogliendo fondi per rafforzare le proprie Aid Station ed equipaggiarsi per offrire cure mediche in remoto a chi non potrà raggiungere le nostre cliniche durante le alluvioni.

 

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