SPERANZE RIDOTTE IN CENERE: gestire il rischio di incendi nei campi per rifugiati

Gli incendi sono una minaccia persistente e terrificante per coloro che vivono nei campi per rifugiati e sfollati in tutto il mondo. Il 22 marzo scorso a Cox’s Bazar, in Bangladesh, è scoppiato un incendio mortale che si è diffuso attraverso tre campi collegati tra loro, causando numerose vittime, bambini inclusi. Si stima che 48.300 persone abbiano perso il loro rifugio e tutti i loro averi in questa tragedia.

La devastazione si è estesa su un’area delle dimensioni di una città. Le agenzie umanitarie si stanno ora adoperando per garantire che le oltre 10.000 famiglie colpite possano ricostruire i loro rifugi prima dell’arrivo del monsone, a maggio, e la situazione è aggravata dalle restrizioni dovute al Covid-19. Purtroppo, però, il lutto di coloro che hanno perso i loro cari non può essere riparato.

Shahid, un genitore di 33 anni, descrive gli istanti di terrore in cui le fiamme hanno avvolto il suo rifugio. Si trovava all’interno insieme a tre dei suoi quattro figli quando è scoppiato l’incendio:

“Ho cercato di vestire i miei figli e siamo corsi fuori il prima possibile. Le fiamme erano velocissime e in pochi secondi si sono diffuse ovunque. C’era anche molto fumo.”

Shahid, con gli occhi lucidi di commozione, parla anche di come suo figlio Kabir, di quattro anni, stesse giocando quando le fiamme sono arrivate.

“Quando lo abbiamo trovato, il suo corpicino era ridotto in cenere. Abbiamo perso nostro figlio e tutti i nostri averi. Di quello che siamo riusciti a racimolare in questi quattro anni [da quando siamo fuggiti dal Myanmar] tutto ciò che resta sono le ceneri “.

Il cinquantenne Mohammed è riuscito a salvare la sua famiglia durante l’incendio del 22 marzo, ma è tra coloro che hanno perso tutti i suoi averi.

“Il fuoco ha inghiottito la nostra capanna. Il caldo era insopportabile e l’aria densa di fumo nero. Alcuni [della mia famiglia] hanno riportato lievi ferite nella confusione della fuga, ma fortunatamente stiamo tutti bene”, ha detto.

“Abbiamo perso tutti i nostri averi, le poche cose che componevano il nostro mondo: vestiti, cibo, piatti, letti, coperte. Non sappiamo cosa abbia causato l’incendio, è difficile dirlo, ma quello che sappiamo è che ora non abbiamo più niente. Questo fuoco ci ha portato via tutto, ha ridotto in cenere la speranza “.

Purtroppo, anche se la portata dell’incendio di marzo è stata senza precedenti nei campi, non si è trattato di un episodio isolato. Secondo le agenzie delle Nazioni Unite presenti a Cox’s Bazar, una stagione secca più lunga del solito ha esacerbato il rischio di incendi nell’area, contribuendo al divampare di circa 84 incidenti soltanto nei primi quattro mesi di quest’anno.

A metà gennaio oltre 550 rifugi sono andati distrutti a causa di uno di questi incendi. Pochi giorni dopo un secondo grande fuoco ha dilaniato un campo vicino. La comunità dei rifugiati ora vive nella paura che possano verificarsi ulteriori episodi di questo genere.

Cox’s Bazar non è un caso isolato e diversi altri incendi sono stati segnalati nei campi profughi in tutto il mondo. In Europa, molti probabilmente ricorderanno le spaventose scene della Grecia lo scorso settembre, quando sull’isola di Lesbo gli incendi distrussero Moria, che era il più grande campo profughi d’Europa. Le fiamme hanno lasciato quasi 13.000 persone prive di un riparo. Mentre le persone, molte delle quali soffrivano per l’esposizione al fumo, fuggivano dal campo in fiamme, la polizia ha bloccato le strade per impedire loro di entrare nelle città vicine.

I campi profughi e per sfollati interni – che in realtà sono villaggi improvvisati grandi come città in termini di abitanti – sono generalmente sovraffollati, eretti senza criteri di sicurezza e costruiti con materiali altamente infiammabili. Molti, come i campi di Cox’s Bazar, sono nati nel corso di massicce emergenze umanitarie. Quando centinaia di migliaia di persone attraversano in fuga un confine in poche settimane – come è successo durante la crisi dei Rohingya del 2017 – fornire i beni di prima necessità acqua, cibo e riparo dagli elementi sono di per sé enormi sfide organizzative.

A Cox’s Bazar molti rifugi sono stati eretti dai profughi ovunque trovassero spazio e sorgono estremamente vicini gli uni agli altri. Una consuetudine dettata dall’emergenza e, nel tempo, difficile da smantellare. Di conseguenza, molti di coloro che devono affrontare una condizione di sfollamento prolungata, come i Rohingya – la maggior parte dei quali sono trattati come apolidi dal loro Paese d’origine, il Myanmar – rischiano di trascorrere anni vivendo in alloggi estremamente vulnerabili al fuoco e con accesso limitato alle risorse antincendio.

Il manuale internazionale Sphere sugli standard umanitari, nel suo capitolo dedicato ad accoglienza e insediamento 1, osserva che gli interventi nei rifugi dovrebbero essere “ben pianificati e contribuire alla sicurezza e al benessere delle persone colpite e promuovere la ripresa”.

Tuttavia, secondo gli esperti di logistica, “su Sphere non ci sono linee guida per la lotta agli incendi. Esistono per le interruzioni del fuoco ma, considerata la natura angusta e l’assenza di pianificazione di molti dei campi di Cox’s Bazar, le linee guida non sono state applicate nella maggior parte dei casi”.

Uno studio dell’OIM sul rischio di incendio nei campi ha identificato la cottura a fuoco aperto, ampiamente praticata dalle famiglie Rohingya, come una delle possibili cause principali di incendi fuori controllo.

Alcune agenzie delle Nazioni Unite e altre organizzazioni umanitarie hanno lavorato per mitigare il rischio di incendio per i rifugiati e per i residenti nella comunità ospitante, anche attraverso: fornitura di stufe a gas GPL per ridurre l’uso di cucine a fuoco aperto; fare formazione in materia di lotta agli incendi a volontari nelle comunità dei rifugiati e locali; creazione di fire points con secchi di sabbia per l’estinzione degli incendi. Anche se i rifugi eretti in tempi recenti sono stati costruiti in modo più sicuro, i rischi permangono, in particolare nelle parti più antiche e affollate dell’insediamento. Sebbene l’uso della stufa a GPL sia considerato notevolmente meno pericoloso della cottura a fuoco aperto, i contenitori stessi possono rappresentare un rischio di esplosione se non utilizzati o conservati in modo sicuro.

Tra le raccomandazioni del rapporto dell’OIM per affrontare il rischio di incendio, i provvedimenti a lungo termine includono: un maggior numero di fonti d’acqua con pompe e tubi flessibili disponibili per unità volontarie antincendio addestrate; formazione aggiuntiva, in particolare formazione alla leadership, per i volontari; implementazione dei piani di evacuazione.

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