Africa ed Europa: Sogni e incubi di Aisha. Una giovane rifugiata sudanese si racconta

Testi di Giuseppe Pensabene, foto di Alfredo D’Amato

Giuseppe Pensabene, al bordo della Phoenix nel 2017, incontra per la prima volta Aisha e ne segue le vicende fino al suo arrivo in Germania. Nel suo blog narra la vicenda di questa rifugiata sudanese e descrive la cronaca della visita che ha fatto in Germania per sapere come va la sua vita in Europa. I testi che seguono sono tratti dal blog.

Foto di Alfredo D’Amato

Aisha si imbarca con i suoi tre bambini piccolissimi su un gommone nella cittadina di al-Khums, in Libia, a luglio del 2017. Il 16 luglio, dopo 10 ore di navigazione, l’imbarcazione viene intercettata e salvata dalla nave Phoenix dell’ONG MOAS. Sono un centinaio di persone, in prevalenza sudanesi. Gli uomini singoli sono sistemati sul ponte superiore della nave, sotto un tendone, e le donne e i bambini nel ponte coperto inferiore. Sono in prevalenza sudanesi, circa 100 persone. Sabah e i suoi tre figli si notano subito. Lei è bellissima, ha un ‘abaya nera e un hijab grigio, i bambini sono piccoli piccoli. […] Dopo poche ore, arriva un’indicazione del Coordinamento della Guardia Costiera di trasferire le persone salvate sulla nave Aquarius che aveva già compiuto altri salvataggi e stava facendo rotta verso l’Italia, noi invece saremmo dovuti rimanere in zona SAR (Search and Rescue), in caso di nuove imbarcazioni in pericolo. [ndr: secondo il Codice di Condotta delle ONG, questi trasbordi di persone salvate, tra navi di soccorso, sarebbero dovuti avvenire – come già succedeva – sotto il coordinamento della Guardia Costiera. I trasbordi erano comunissimi per motivi operativi, non solo tra navi ONG, ma anche tra le stesse e le unità della Guardia Costiera, della Marina o dei mercantili].

Prima di salutare Aisha le scrivo il mio numero su un foglietto di carta minuscolo, “se hai problemi in Italia, chiamami”.

[ndr: A giugno 2018 Aisha riprende i contatti con Giuseppe, fino a quando egli non decide di andare a trovarla in Germania, vicino ad Hannover, per conoscere le sue vicende dallo sbarco in Sicilia fino al ricollocamento in nord Europa.]

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Foto di Alfredo D’Amato

E così, il 21 giugno del 2018, arriviamo a Hildesheim, una città di centomila abitanti, situata nella Bassa Sassonia, a mezz’ora di macchina da Hannover. Aisha abita in un complesso per nuclei familiari richiedenti asilo. L’appartamentino è composto da una stanzetta con appena lo spazio per un divano e un’altra con un letto matrimoniale e i mobili della cucina. Ci spiega subito che, avendo ricevuto lo status di rifugiata, ha diritto di spostarsi in un appartamento singolo, pagato dallo Stato. Pei i rifugiati trovare appartamenti sfitti, con proprietari che accettino che sia lo Stato a pagare l’affitto, è diventato un grande problema. Aisha ci dice che è in contatto con un “simsàr”, un intermediario che in cambio di una percentuale sull’affitto le ha trovato un appartamento e presto si sposteranno. Dice che è l’unico modo per affittare una casa.

Foto di Alfredo D’Amato

AISHA: Vengo dal Darfur, dal villaggio di Muhajiriyya, vicino Niyala e al-Fashir. Vicino al campo profughi di al-Kelma, è famoso, tutti gli europei lo conoscono. Ci lavorano almeno tre organizzazioni. Noi siamo della tribù al-Burgu, una delle tribù oppresse e vittime di discriminazione razziale operata dal governo. [..] Quando seminiamo, vengono e bruciano i campi prima del raccolto, se trovano una ragazza per strada la prendono, o vengono nelle case e prendono le donne. Anche se il padre o il fratello o il marito sono a casa, chiunque, loro prendono le donne e le stuprano o le ammazzano. E quando sono giovani, di 13, 14 anni, vergini, allora le stuprano in gruppo, gruppi di 5 o 6 uomini.

GIUSEPPE: Tu cosa hai studiato?

AISHA: Ho studiato all’università di al-Nilayn a Khartum, una delle prestigiose università sudanesi, di solito chi studia legge a al-Nilayn trova lavoro subito. Ho studiato lettere e legge. All’inizio quando ho cominciato legge ho affrontato molte difficoltà, tanto che ho dovuto cambiare tribù, negare di provenire dalla tribù al-Burgu, per non avere problemi con i professori. Sono andata a studiare da sola. Ero incinta del figlio più grande, volevo studiare legge per imparare a far valere i miei diritti e quelli delle altre donne oppresse come me. Le ragazze del mio villaggio hanno l’ambizione di arrivare a Khartoum, io invece, quando sono arrivata a Khartoum ho capito che era ancora troppo piccola per me, che le mie ambizioni andavano oltre. 

GIUSEPPE: Eri da sola o tuo marito era con te?

AISHA: Mi sono separata da mio marito e dopo sei mesi sono andata a Khartum. Ahmed era nella mia pancia. Subito dopo il mio ultimo esame, ho partorito. L’anno dopo (all’università) hanno scoperto che ero della tribù Borgo e venivo dal villaggio di al-Muhajiriyya e ho avuto un po’ di difficoltà, per fortuna c’era un professore comprensivo che mi ha aiutato, ha spiegato agli altri professori che non ero della tribù al-Burgu, ho detto di appartenere alla Khabbaniya, una tribù benvoluta dal governo, e non ho più avuto problemi. Ho finito l’università. La figlia che avevo è morta. Prima di Ahmed avevo avuto una femmina. Da noi, prima di andare a scuola, si fa l’escissione di tutte le bambine. Io ero contraria ma quando sono andata a studiare a Khartum, lasciando la bambina dai parenti, le hanno fatto subito l’escissione ed è morta per emorragia. Mi hanno informato solo quando sono tornata al villaggio. Sono stata male. Ho lasciato mio marito, la famiglia e sono tornata a Khartum. È stato difficile, con Ahmed piccolo, però ho finito di studiare. Quando ho finito mi sono rimessa a studiare lettere e lingua araba, sono tornata al villaggio e ho cominciato ad attivarmi contro la pratica dell’escissione. Sono stata anche arrestata. Insegnavo in una scuola pubblica, non appena finivo di insegnare, andavo a fare la volontaria contro l’escissione. A causa di ciò, mi hanno interdetto dall’insegnamento nelle scuole pubbliche. Per me era vietato insegnare in qualsiasi scuola pubblica, tanto che sono finita a insegnare in una scuola privata. Prima insegnavo e avevo uno stipendio mensile, poi in qualsiasi scuola mi presentavo, non appena davo il mio nome, mi dicevano che non potevo lavorare. Mi sono detta: “basta, provo a avventurarmi in un destino ignoto, per mettere al sicuro i miei figli, piuttosto che rimanere qua, con tutto quello che succede, devo cercare un posto sicuro in cui i miei figli siano protetti.” Quello che sapevo dell’Europa è che i diritti della donna e i diritti dei bambini sono protetti, e che non c’è razzismo”. 

Dal Darfur siamo partiti per il Chad, in Chad ci hanno trattato bene, poi siamo partiti per la Libia. In Libia ci hanno preso e venduto due volte. Hanno chiamato il padre dei miei bambini, [per chiedere il riscatto, come fanno sempre], un libico lo ha chiamato minacciandolo che ci avrebbe uccisi se non avesse mandato soldi. Il padre dei miei figli ha detto loro “uccideteli pure”. Ho spiegato ai trafficanti il mio problema con il padre dei miei figli e mi hanno venduto a un altro gruppo che mi ha messo a lavorare a casa di una signora come donna delle pulizie. Ho lavorato là tre mesi, poi la donna mi ha aiutato, mi ha dato dei soldi e me ne sono andata a Zuwara, dove ho preso accordi con i trafficanti per la traversata. Da lì mi sono spostata ad al-Khums, da dove, con un gruppo di sudanesi mi sono imbarcata.

GIUSEPPE: Dopo il salvataggio cosa è successo?

AISHA: Siamo sbarcati a Pozzallo il 17/8/2017, dove sono rimasta due settimane, da lì ci hanno spostato nella zona di Siracusa. Ho chiesto di vedere uno psicologo, hanno rifiutato; ho chiesto di fare una telefonata, hanno rifiutato; ho chiesto di vedere un avvocato a cui raccontare quello che mi era successo, hanno rifiutato. Insomma, ho trovato il modo per comprare il biglietto dell’autobus e sono fuggita con i miei figli a Ventimiglia, dove mi sono accordata con un passeur sudanese che per 500 euro ci avrebbe fatti arrivare in Francia, dicendo che saremmo entrati direttamente senza dover camminare.  Ci ha messo su un taxi con altre 10 persone e dopo neanche mezz’ora di strada ci ha lasciato vicino al confine. Abbiamo camminato per 5 ore e siamo arrivati nei pressi di Nizza. Lì la polizia ci ha bloccato e riportato in Italia. 

GIUSEPPE: La polizia francese ti ha rimandato indietro, nonostante fossi una donna sola con tre bambini?

AISHA: Sì, mi hanno detto “good luck”. Una volta tornati a Ventimiglia ho cercato il sudanese che ci aveva derubato. Eravamo nella zona che chiamano “il ponte”. Lì mi è venuta a cercare un’operatrice legale che sapeva che ero lì con i bambini. Mi hanno portata al centro della Croce Rossa. Dopo 8 giorni, ci hanno portati a Marsiglia, in macchina. Per passare il confine ci hanno messo dietro con sopra delle valigie leggere, si sono scusate per questo, ma così non eravamo visibili al passaggio. Io volevo andare in Inghilterra, quello era il mio piano.

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Foto di Alfredo D’Amato

Quando MOAS ci ha salvato dal mare, mi sono detta che l’80% del mio piano si era avverato. Mi ricordo la vostra voce che ci diceva che ci avreste portato in Italia. Mi ricordo la gioia, ho pianto, non avevo ancora pianto, mi sono lasciata andare. Ho sentito che l’80% del mio sogno si era avverato, il 20% era un destino ignoto che dovevo costruire. Il 20% era l’impronta, l’intervista per l’asilo. 

[Aisha prende un pezzo di carta e se lo mette in bocca, mi spiega che quando è nervosa mastica la carta. Mi scuso per aver richiamato questi ricordi]

AISHA: Vedi, prima ogni volta che parlavo di queste cose, mi mettevo a piangere, ora invece ho capito che mi fa bene, mi devo sfogare e parlarne aiuta. 

La cosa che ho odiato di più dell’Europa è il dispositivo dell’impronta, del diniego (della richiesta d’asilo) e del rimpatrio (sia al proprio Paese, che al Paese di primo arrivo, cioè l’Italia o la Grecia). Quando mi hanno dato la risposta positiva e il passaporto non ero contenta perché pensavo a tutti quelli che ricevono il diniego e il rimpatrio, tra cui tantissimi fratelli sudanesi, ma non solo. Nessuno lascia il proprio paese per piacere.

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Foto di Alfredo D’Amato

Come è possibile che uno che rischia la vita per arrivare alla salvezza, in un luogo sicuro, arriva e trova una cosa che si chiama Regolamento di Dublino? Guarda se quello che ha inventato questo regolamento, passasse anche solo la metà di quello che abbiamo passato noi, abolirebbe subito il Regolamento di Dublino e darebbe la nazionalità a tutti quelli che arrivano in questo modo.

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Foto di Alfredo D’Amato

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Foto di Alfredo D’Amato

Finita l’intervista decidiamo di fare un giro con la macchina, andiamo verso Hannover che Aisha e i figli non hanno mai visitato, sebbene disti solo 30 minuti. Dopo il giro, ci fermiamo a mangiare in un ristorante di kebab e io, fingendo di andare al bagno, pago il conto, cosa che fa infuriare Aisha, che cerca in tutti i modi di mettermi in mano 50 euro.

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Foto di Alfredo D’Amato

Quando partiamo Aisha e i bambini piangono mentre ci accompagnano alla macchina. Piangiamo un po’ anche noi. Una volta arrivati in Belgio apriamo le valigie. Dentro una valigia troviamo una busta da lettere con dentro 50 euro e un bigliettino di Aisha: “All’amico e fratello Giuseppe, all’amico e fratello Alfredo, spero possiate accettare l’invito alla cena di ieri. Con amicizia, Aisha”.

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